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«Dall’essere
altrove, altrove dal tempo.
Il concetto di essere – (in)significante esistenza (qual suo
modo contingente di manifestarsi e fluire) / identità
/ predicazione – io riferendo ad altri parimenti indisponentimi,
non ce n’è uno da cui accetti di farmi ingrassare.
Esecro l’ostacolo come opposizione al cui oltre si possa mirare,
non mi curo di alcun oltre. Né mai di un davanti o dietro,
fuori o dentro, di qua, di là e altre simili scellerataggini.
È altrove ciò che m’appartiene. Il mio altrove,
che è nulla per se stesso e (non è) per se stesso
tutto, vi è che fa la corte al depensamento cui avidamente
aspiro, con quell’essere altro da me smarrito pur essendo-ci,
malgrado qui dentro (ed ecco che qui dentro è discolpato
dalla comparsata biologica) sia risoluto l’imputridimento, la
parabola decompositiva che inizia per la venuta al mondo di
tal VLNNNG70T06H228D e s’arresta col suo comune rimorire.
Dentro questo modesto recipiente – stomaco o sensorio, che sia
l’uno o l’altro l’organo chiamato non ha importanza – nulla
muta. Cosa è mai divenuto dall’anno in cui tanto ingenuamente
si pensa di avere preso ad essere? Parmenide smascherava l’illusione
in che consistono il mondo, la vita e il divenire venti secoli
prima che Jacob Lorhard coniasse l’ontologia. Più banalmente,
a me viene da ridere, come un demente che si guarda intorno
nel deserto mattutino e vi scorge sempre e soltanto uno specchio.»
(da
Ravavindrano / Dante per Dante (farewell to watches)
© Iarumasami)
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