Come
fosse morta, quella disgraziata. Questo conviene pensare:
morta, si era ammalata e io non l’ho saputo. Né voglio
sapere, in fin dei conti, come abbia fatto a morire così,
all’improvviso, a trent’anni. Ma siccome se n’è andata,
è andata che per me non è il momento giusto,
ho deciso che per qualche tempo ancora scriverò al
suo indirizzo. Le scriverò in terza persona.
Contemporaneamente, invierò le stesse lettere a un
altro recapito che non esiste, un recapito inventato; e
infine, più avanti, quando sarà il momento,
solo a quest’ultimo. Soltanto a questo di fantasia, ancora
per qualche tempo, poi avrò dei nipotini.
Immaginando come nevica sulle Alpi, racconterò loro
la storia di un melodramma e di quanto rumore fa la neve
che cade. Non capiranno «Ma che dice?» si chiederanno
l’un l’altro piuttosto, senza darsi risposte. Eh, che dico,
che dico… Le note sono sei «Il nonno è un minchione!»
Le note sono sei. Di lì a poco, poco lontano, comincerà
a nevicare.
Quando c’era, io ero più felice. Per la seconda volta
nella mia vita, capisco che stavolta sarà diverso.
La prima, alla Vuccirìa. Ricordo come mi
venne voglia di un’arancia, tutto ad un tratto, proprio
a me che quello che vuoi, ma certo non si può dire
che. Quante cassette piene di frutta addossate, là
fuori ammassate per strada, ma – strano a dirsi – nemmeno
un’arancia «Trasìssi, ‘a vògghia
d’aranci: i cugghiéru ora ora, duci com’u meli. Trasìssi»
Lo so che non sarà facile, almeno all’inizio. Perciò
ho comprato una pipa. Un’altra l’ho regalata a mio padre.
Mi fa sentire meno solo.
Capire che non si può più indagare sulle ragioni
del cuore, ma solo stilare bilanci. |