Mio
padre era un uomo terribile, ma la cosa più curiosa
è che non è stato sempre così. A quanto
pare, il mondo deve solo a me l’esistenza di un essere tanto
crudele.
Mio padre, tanto per cominciare, appena sposato avrebbe
voluto una femmina. E in effetti l’ha avuta, mia sorella;
ma dopo niente più figli, di questo era persuaso,
anche solo per il fatto che una figlia unica avrebbe evitato
le intramontabili nausee da spartizione. Perciò,
quando la novità gli piombò addosso come un
macigno, mio papà cominciò a dare i primi
segni di ostilità. Ecco perché dico che mi
ha detestato fin da subito.
Certo, non saranno stati giorni facili per lui; vuoi perché
allora i tempi non erano maturi da ricorrere alle nuove
terapie, vuoi per la convinta estrazione cattolica di parte
materna, fatto sta che cattolicamente fu ordinato di consegnarmi
a questa umanità.
Dal canto suo, mia madre era una donna sottile, nel senso
che per vivere le bastava un piccolo spazio, un angolino,
probabilmente troppo misero perché mio padre, dall’alto
della sua alterigia, le riconoscesse la minima voce in capitolo
anche su questioni di poco peso. Ma quando si trattò
di decidere il da farsi sul mio conto, ella non volle sentire
ragioni e si barricò nel suo cantuccio e lo fortificò,
circondandolo di mura tanto spesse che tra i due neppure
una parola, per mesi. Finché un giorno, quando ancora
non era uscita dal suo silenzio, mentre mi dava alla luce
mia madre morì.
Il mio debutto fra le braccia del vedovo non fu dunque quel
che si dice un trionfo: non solo non mi aveva mai voluto,
né accettato, per di più adesso mi considerava
il diretto responsabile della perdita dell’unica creatura
che, con la propria taciturna arrendevolezza, per nove mesi
ne aveva inconsapevolmente alimentato la tirannia. Come
può un uomo, in dieci anni, prendere cinque diverse
mogli al solo scopo di frantumare l’infanzia del proprio
bambino? Ebbene, mio padre l’ha fatto. Ma c’è dell’altro:
ai miei occhi, era lui stesso a trasformarsi, oltre che
nel carattere in veloce peggioramento, addirittura nella
forma, accrescendo in tal modo la mia confusione e, insieme,
le mie insicurezze. Nel 1975 ho così avuto un papà
molto grasso, coi baffi neri all’insù, per tutto
un anno in giacca e cravatta; il volto sfinito, ancora oggi,
nelle foto di quell’anno. Nel 1976 non l’ho visto una volta,
ho trascorso un anno intero in casa di una donna che non
conosco. Il 1977 ancora più obeso, ma calvo stavolta
e senza baffi. Allo stesso modo l’anno seguente, dunque
biondo e poi ancora magro, il 1979 l’anno dei Ray Ban, i
sandali e la musica, musica sempre diversa. Sarà
per questo che dei ‘70 non conosco neppure una strofa.
Un rancore profondo e incurabile, quello di mio padre, che
mi ha sempre accompagnato fin dai primi passi. Ingaggiava
insegnanti che mi aiutassero a sbagliare i compiti; e se
ero da bocciare lui correva a salvarmi, smerciando a brandelli
la mia dignità. Le tante scelte discutibili che ho
fatto, i miei più catastrofici risultati così
come le innumerevoli sconfitte, devo tutto a lui che, d’altro
canto, aveva costantemente impedito che l’autosufficienza
trovasse spazio in me.
Alla fine degli anni ottanta, dopo il diploma, non so quante
volte venni assunto per essere subito dopo licenziato, ciò
soltanto per suo diletto. E riformato al servizio militare.
Senza avere mai neanche sospettato che le donne potessero
avere un sapore. Con questi ricordi compii dunque i miei
primi vent’anni.
Col senno di poi, adesso capisco come la causa di tutto,
della mia giovinezza fatta a pezzi e di tutti gli insuccessi,
le mie delusioni, gli scoramenti, non sia da ricercare semplicemente
in quella incurabile malvagità paterna, seppur così
singolare nella sua esuberanza; piuttosto, sono convinto
che più di ogni altra cosa mi abbia sempre avvilito
il suo non volermi parlare; sì, proprio così,
perché mio padre non mi ha mai rivolto la parola.
Quelle degli altri, per tutta la vita, mi hanno insegnato
a conoscerlo, raccontandomi l’opinione che il commendatore
aveva di me. E tutto ciò che di me pensava. Che mi
ha sempre ritenuto uno sbaglio, di certo il suo più
grosso e che per questo aveva voluto marchiarmi a vita,
rendermi riconoscibile al mondo: io ero l’errore e nonostante
portassi il suo cognome illustre, chiunque, vedendo me,
avrebbe dovuto capire, sapere, vedere anche l’errore.
Ebbene, ora che vado per i cinquanta e il mio vecchio papà
se n’è appena andato, se ne è andato senza
mai parlarmi, so che non saprò mai che voce avesse.
Eppure gli sono sempre rimasto accanto, fino all’ultimo,
commuovendomi perfino, certi pomeriggi, mentre spiavo con
che caparbietà riuscisse a restare inespressivo,
duro come una pietra, seduto di fronte al televisore, ogniqualvolta
il telegiornale parlava di me. Malgrado sapessi – e fin
troppo bene – che niente l’avrebbe intenerito ho dedicato
a lui, pubblicamente, tutti i premi ed i riconoscimenti
conseguiti in carriera, insomma ho fatto tutto ciò
che ogni figlio sano giustamente farebbe, per assicurare
al papà una serena vecchiaia.
Niente. Neppure quando ti ho chiamato col suo stesso nome,
ha ceduto. Aristide. Nome sofisticato, Aristide. Sofisticato
proprio come il nonno, vero anima mia? Senza considerare
la comodità – certo, anche una buona dose di responsabilità
– ma vuoi mettere la comodità di portare in giro
un’accoppiata talmente diplomatica. Perché? Ma perché
se cominciano l’appello chiamandoti per nome, sei tra i
primi, viceversa in fondo, tra gli ultimi della lista, se
si parte dal cognome. Sì, perché mio figlio,
proprio come mio padre, si chiama Aristide Zero. Il nonno
è stato più fantasioso, per me ha voluto qualcosa
di unico e inconfondibile. Per questo, vita mia, mi ha chiamato
Il. Ed è grazie a lui se oggi il tuo papà
è unico e inconfondibile. Tuo papà è
Il Zero. |