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A
memoria supponente (Hommage à César Franck) |
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Ed
ora, monsieur Franck, un pensiero indelicato. Dissonante?
Forse. Metallicamente riverberante, certo, ma eccolo: una
lametta dentro al budino. Non abbiatevene a male, monsieur
Franck. Semplicemente, questo è il valore paradigmatico
dell’atto carnale (non di uno qualsiasi, ma di quel preciso
futuribile amplesso), mentre il Maestro, che contrariamente
a voi, adesso è vivo, attacca en si mineur. |
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No!
Non ancora: un altro momento, per favore. Giusto un ricordo,
dentro a quel ricordo, prima di farvi ritorno. |
«Sono
miriadi le febbri sconosciute
che contaminano il mio sangue,
quando la memoria mi racconta di te.
Mentre lavoro o se nulla sto facendo,
d’improvviso la memoria col suo ago
in me ricama la tua forma a punti
vicinissimi tra loro ed è così
che comincio a ripercorrerti.
A piccole dosi t’assorbo, trasportato
dall’inarrestabile corso di questo
malanno funesto che, giunto infine
all’estremo stadio, mi restituisce
al benessere della guarigione,
fino al successivo ricordo.
Ma giusto quando penso di esser salvo,
all’interno della testa, dietro agli occhi,
nel silenzio delle mie camere più oscure,
ecco che compare la macchia bruna
dei tuoi capelli.» |
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| E
sia. |
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| Sia
stavolta il precipizio più profondo, così
che, prima ancora dell’orgasmo del tonfo, la lentezza di
quest’ennesima caduta possa darne a lei altri cento.
Sull’arenile desolato fra Mont’Aperto e Dulci Fondaco, i
piloni del ponte Demenna erano galleria d’arte raffinata.
Lungo tutto il corridoio sotto al viadotto diroccato, quale
collezione di affreschi si offriva alla vista: della vita
le opere incompiute, l’eterna dannazione di indisturbate
muffe cesellatrici; miniature superbe di licheni stantii
io potevo là contemplare (sommo privilegio), costeggiando
le opposte affissioni, quando all’improvviso mi sovvenne
un peccare: un bel peccare, in una mala notte.
Quella notte, serrati che furono i portoni ai musei, aperte
ai canali le chiuse, nel preciso istante in cui Zazá
pazientemente mi insegnava come la predazione potesse essere
subdola o violenta, lontana – oltre che ignara – l’altrui
coscienza, che altrove ora dormiva, o che all’irrigazione
dei fondi ai lumi delle lanterne presiedeva, io stavo là,
con lei soltanto, nei miei paludosi smarrimenti, nel silenzio
che c’è mille metri sotto a quei medesimi orti, quegli
stessi letti, quei musei, domandando a me stesso se anche
alla rassegnazione delle carni potesse essere concessa quell’identica
duplice opportunità. |
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Non
ebbi risposta, allora. |
«Sfida
la tua natura e il ciclo
stagionale, nonché le loro surreali
colpe, e dilla tu, una cosa.
Te ne sarò grato.» |
Non
ebbi risposta allora, né mai ne avrei avuta – nonostante
avessi atteso a lungo, con la bocca aperta, che lei mi versasse
dentro il suo consommè di parole insapore.
Sapevo che il vizio stava arrotolato dentro alla sua bocca.
C’erano voluti cent’anni perché tutto l’oro della
Terra venisse scrupolosamente rastrellato, fino a che anche
la più minuta scaglia non fosse stata depositata
in una conca e dunque fuso, tutto l’oro della Terra, per
farne quell’unico inestimabile petalo carnivoro che era
la sua lingua. |
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Con
quella, Zazá mi imperniava alla terra tutte le volte
che avrei voluto volare; così come m’innalzava al
perforato infinito, ogniqualvolta alla terra avrei desiderato
di restare ancorato. Sotto stava la mia grammatica alle
sue regole crudeli, indicando alle parole la viuzza per
l’eterno. Io lo sapevo; tuttavia quello volevo, e perciò
solo tagliavo le brume nel mezzo della notte, come mannaro
senza dimora e senza padrone. Supponevo la sua lingua: come
un cerbiatto diffidente che lascia la tana accogliente e
sicura e ai margini della radura, là fuori, piccolina,
trova una bacca colorata; girandole intorno la guarda, l’annusa,
la lecca, la morde, l’ingoia e non torna mai più.
Amor siluro, tenerezza così incoscientemente mia,
eppure così consapevolmente invitante: quanti forse,
sparpagliati là, a caso, giusto in mezzo a tutti
quei sì.
Nei lassi dell’attesa e dell’assenza, tutto perciò
stava: nello spiazzo sconfinato e decadente del buen
retiro dove lei ed io, a turno, giungevamo all’appuntamento
in fatale ritardo, sempre solo per vederci l’un l’altra
andar via. Sempre troppo tardi per sperare di raggiungerci;
e come si andava piano, certe volte, perché durasse
più a lungo quella vista. Fino a quando non fummo
più capaci di guardare con tolleranza al tempo che
passa e venne il momento in cui ci sfuggì che non
era solo affar nostro. |
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Ma
del resto,
anche lei voleva toccarmi. |
«Re,
ovunque tu sia (sei?) disponi &
promulga la tua legge.
Ahi! quanto mi piace osservarla!» |
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così, quella notte, io entrai nella trappola. |
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Nella
grotta cattedrale, |
«Tu
stammi vicino, mentre
mi perdo…» |
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da
una punta stalattite di architrave della volta una goccia
lacrimò, giù, fin sulla mia tempia già
costretta dal calappio, scrivendomi addosso cose nere di
lei.
Nel mezzo dello Stretto, tutto era spaventoso: distante
da approdi e molodiaframmi, sentivo allontanarsi la salvezza.
Capivo che c’era qualcosa sotto al traghetto, nel profondo,
in agguato coi fantasmi che nuotano al largo, di notte.
Il mare grosso e terribile, scurissimo sotto a un cielo
gonfio di presentimenti. |
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Zazá
era dappertutto. |
«Regina,
sfilati le vesti: il Re ha
promulgato. Fresco d’inverno è.» |
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Un
morso tra il collo e la clavicola, la sua bocca finalmente
si apriva. |
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Schiena
nuda, dita lunghe,
lingua a punta, spalle tonde.
Ginocchia fredde,
ventre bello, ascelle glabre. |
«Dilla
ora, una cosa.
Te ne sarei grato.
Sfida la natura
e il suo ciclo stagionale,
nonché le loro surreali colpe.» |
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Le
scapole tirate all’indietro, l’ondazione delle cellule:
essa, sublime, dal ventre risaliva lo sterno frangendosi
sotto al mento che all’insù, immancabilmente ne arginava
la risacca. |
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Carne
e due mani di scandalo. |
«La
tua carne estenuante…
Godo, ma giusto perché
niente io vinco
e tu niente perdi.
Io godo perché ti ho, e finché ci sarai, godrò.» |
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Da
quella notte nella baia, ovunque io guardassi là
vedevo Zazá. Se una cosa stavo osservando, in un
momento l’immagine del suo viso si sovrapponeva a quella
stessa cosa, ne dissolveva gradualmente i contorni fino
a sostituirsi ad essa del tutto, con prepotenza. E come
la vista di un sasso, di una pietra comune durava non più
di qualche istante, allorché su di esso i miei occhi
prendevano a scolpire il volto insistente di lei, così
accadeva che la strada, in un secondo, smarrisse il proprio
naturale articolato affollamento, per convertirsi in uno
scenario a dir poco singolare.
I primi tempi mi chiedevo come potesse, una donna soltanto,
trovarsi simultaneamente su tutte le automobili ferme per
strada, al semaforo. Al verde sparivano dunque berline e
cabriolet per vie secondarie, magari a cercar parcheggio
nell’affollamento delle stradine che s’aggrovigliavano al
corso. E poi, quelle mille donne ma pur sempre una, riapparivano
dietro alle vetrine di tutti i negozi del centro: in uno
a tirar sul prezzo, in quello di fronte a provarsi scarpe
e borse e vestiti, in tutti però a salutare commessi
e commesse e andar via. Sì, di nuovo, su decine di
automobili d’ogni marca e modello; via una volta ancora,
imboccando tutte le strade ad ogni maledetto crocevia, con
disinvoltura o a singhiozzo, a velocità diverse e
con differenti, personalissimi stili di guida, sennò
che senso avrebbe avuto? Certo, non avrebbe avuto senso
consentirmi di raggiungerla, come sarebbe stato sconveniente
che io scoprissi anche soltanto una di quelle sue destinazioni.
In fin dei conti, facile concludere che tutto ciò
fosse in via esclusiva progettato per il mio bene: a chi,
se non ad uno sconsiderato, avrebbe infatti giovato una
verità difettosa? |
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«Quando
infine andrai, maturo ormai
il ritardo, starò qua solo,
io, papa, Dio, re, niente.» |
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2007
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al XIII Premio Letterario Internazionale Jacquès
Prevert 2007 |
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