Le
parole, donna del tutto e del resto, di niente talvolta
o troppo spesso, a che sono servite se non ad ingannarci
reciprocamente? Io lo faccio e l’hai fatto tu, ma non
per malizia o strategia; piuttosto, ciò che più
ci accomunava – quella nostra diversità dal resto
– mai fummo in grado di gestire, di venirne soddisfacentemente
a capo. Sicché noi due, non diversamente da chiunque
altro, in quel difetto trovammo il nostro limite inconcusso,
il limite che al resto ci ha infine accomunati.
Il bene più profondo, questa grande immensa fortuna,
nella sua unica dissimulazione plausibile tra noi è
divenuto falso contatto. Così le parole dissimulavano
la carezza, gesto pensato per intere lunghe eternità;
ma soltanto allo scadere del tempo di cui di volta in
volta noi due disponevamo, quella mia carezza ti scivolava
fra i capelli. Una carezza che aspirava a dissimulare
il mio bacio sulle tue labbra, ma tu non avevi labbra.
Il bacio non dato, niente potendo dissimulare, rovinava
e s’infrangeva così tra le mie stesse braccia,
che ti stringevano nell’abbraccio più falso del
mondo. Falso, sì, perché non si trattava
affatto di un abbraccio, né io voglio spiegarti
cosa vi fosse dietro a quel gesto, ora non più.
Il silenzio, donna del resto e del tutto, di niente talvolta
e troppo spesso, a che cosa è servito il silenzio
se non ad ingannarci reciprocamente? Io taccio, tu muta.
Ma non per difetto dell’articolare, né per ignavia.
Né per dissimulare alcunché, stavolta. Eppure,
continuo a pensare che noi due non fummo mai capaci di
gestire la diversità delle nostre bocche, del loro
mutevole contenuto; di venirne a capo, soddisfacentemente.
Le parole e i silenzi. Le parole, i silenzi.
Finché un giorno cominciai a chiedermi che cosa
fervesse, senza nascere mai, dentro al tuo molteplice
ventre. Di certo qualcosa ferveva, senza nascere mai,
dentro il tuo molteplice ventre. Addentro le viscere molli
del tuo nudo corpo disteso, scavare avrei dovuto con le
mie mani dure, due dure mani di pala; usare il mio corredo
esclusivo di dita, decina di inesorabili scintillanti
cucchiaini meccanici, per asportare crudamente da te piccoli
brandelli di minuscola vita. Questo avrei dovuto fare:
sbudellarti e sbudellarti ancora; fino ai gomiti insudiciarmi
gli avambracci col tuo sangue infetto. E guardarti fisso
negli occhi belli, mentre ti scavo.
Ti sarebbe piaciuto?
«…Da morire…»
Ma sì: alla fine l’avrei trovata, la tua cosa nascosta
e oggi mi saresti ancora accanto. Oppure proprio a niente
sarebbe servito e oggi, tu, chissà.