Si
sfogliano al vento gli intonaci delle vecchie mura muschiate
alla grande officina del maglio a vapore. Il gigantesco
stabilimento di famiglia, sorto alla fine degli anni ‘50
nella Fossa di Santa Anastasia per volere di mio nonno materno,
per quasi vent’anni era stato il più colossale e
sofisticato opificio dell’isola fino a quando, nel 1968,
venne ceduto alla Corporazione Sindacale del Meridione,
che lo destinò a sede principale per le assemblee
delle Maestranze Regionali.
Restaurata secondo il più che discutibile gusto di
tendenza bauhaus dei nuovi proprietari, la cui
intenzione presumo fosse quella di adattarne la rigida impostazione
architettonica alle ben più elastiche finalità
popolari di cui essi stessi si dichiaravano promotori, la
costruzione aveva perduto gran parte della sua nobile ed
austera imponenza. Spesso accostavo la macchina al vecchio
muro di cinta e mi fermavo a guardare il gigante stanco
e ferito alla rovina, che dalla sua fossa mortale pareva
supplicarmi con la facciata disfatta.
«Rendimi giustizia» avevo l’impressione mi supplicasse
dai suoi cupi finestroni.
Oggi quell’agglomerato non possiede un sol grammo della
sua vecchia dignità.
Ecco qua: basta guardare queste vecchie foto per rendersi
conto di ciò che gli hanno fatto. Vedi anche tu com’era,
e guarda che cosa era: un monumento alla forza, una sfida
al cielo; quale contenitore di uomini! E di questa sua funzione
sociale esso era ben cosciente, ne andava fiero. Il lavoro
cui dava rifugio ne rimpolpava le viscere immense, alimentandole
giorno per giorno; all’onde delle braccia lavoranti, che
a miriadi s’avviluppavano nel ciclico moto della più
nobile veemenza, esso dunque si accresceva nei pilastri,
nelle fondamenta si pietrificava. E respirava il vapore
dell’esistenza.
Mio nonno in persona aveva scelto strategicamente il punto
dove impiantare l’agglomerato industriale. Non è
infatti un caso che esso sia stato edificato giusto al centro
della Fossa di Santa Anastasia. Come si può vedere
in quest’altra fotografia, che penso sia stata scattata
dalla torretta di Regitano, lo stabilimento sorge sull’unica
via d’accesso alle tre chiese rurali di Dulci Fondaco: questa
è Santa Maria del Vocante, questa Santa Maria delle
Grazie e quest’altra è l’Annunziata. Cosicché
di domenica, come in tutti gli altri giorni di festa, non
si poteva preventivamente esser certi che le processioni
paesane si dirigessero ad una delle tre chiese, piuttosto
che alla fabbrica.
In quest’altra si vedono gli operai, ma gli operai com’erano
allora: la cogli anche tu l’impazienza, avverti il fervore
nei loro passi mentre si dirigono verso il portale spalancato?
Sembrano andare spediti, impazienti d’esser tutti ingoiati;
dopo un’intera lunghissima notte di sonno, finalmente essi
possono entrare e nutrire il benefattore venerando, fare
a gara per arrivare primi. Decine di braccia nervose che
andando s’incrociano e pulsano di desiderio creativo, forti
membra che l’una all’altra si assomigliano, significando
tutte indistintamente volontà. Mani ansiose di prendere
e così poi serrando, manovrando rulli e frizioni,
regolando cinghie e puleggie, mani soddisfatte di avere
infine dato. Mani che trepidano d’ungersi di grasso e di
sollevar pesanti cose, e per effetto di quell’atto produrre
altre cose, e poi rendere grazie all’immensità della
macchina. In questa non si vede, ma da qualche parte ci
dev’essere la foto del grande maglio a vapore.
Questi siamo noi da piccoli: era il mio compleanno, te la
ricordi mia cugina di Friburgo? Sì, questa qua, veniva
tutti gli anni, d’estate… forse l’hai conosciuta anche tu.
Mamma mia, come eravamo giovani. Questo è mio nonno
Peppino; e questa è la festa del Settantacinque,
quando il Presidente l’ha fatto cavaliere del lavoro; queste
sono tutte foto della festa. Guarda la porta chiusa qua
in fondo. Se osservi bene si vede.
Da quella porta si accedeva al locale caldaie, ce n’erano
trenta. Uno stanzone di seicento metri quadri pieno zeppo
di caldaie. Ed ecco qua il maglio… no, aspetta, ce n’è
una dove si vede per intero… eccola! Ma guarda che macchina:
il grande maglio a vapore Langenstein & Schemann.
Una torre imbullonata, un gigantesco cavallo di ferro.
«Il grande maglio a vapore, Langenstein &
Schemann…»
Diciotto tonnellate di mazza battente. Dato il colpo, la
mazza risale. Il vapore la muove, la mazza va e viene, batte
il colpo e trema la terra. E la terra tremava, eccome. Vedi
come sono piccoli gli uomini che gli sono sotto? Sembrano
insetti. Questi due stanno regolando i dispositivi per lo
stampaggio. Ma tu guardali, sono minuscoli. Il maglio era
enorme, faceva spavento. Guai ad avercelo contro: pensa
come ti avrebbe ridotto, pur col minimo sforzo, se soltanto
t’avesse inteso suo nemico. Il maglio era interamente verniciato
del colore della ruggine, anche se qua non si capisce. Pareva
un cavallo gigantesco, o la gigantesca statua d’un cavallo:
un mastodontico baio di Troia. I quattro pilastri come le
zampe, la piattaforma superiore la sella, con la bassa ringhiera
a ricamo. E la mazza era il suo sesso possente. L’organo
generatore veniva bloccato lassù, a mezz’aria, talmente
in alto che ad un certo punto spariva completamente alla
vista, come venisse inghiottito per magia dalle tenebre
del cosmo. Malgrado l’illusione, tutti ben sapevano che
la mazza però c’era: immobile, temibile, incombente.
Là, in attesa. Un breve sbuffo avvertiva del miracolo
imminente: i vapori, condensatisi al soffitto, scomparivano
in un risucchio violento e subitaneo; per effetto di un
oscuro movimento, l’alte nebbie si muovevan vorticando fra
gli architravi d’acciaio, come nel bosco si diradano i torbidi
miasmi stagnanti all’ingresso dell’antro del drago, allorché
la grossa bestia, intenta a cavarsi dalla tana, nella rincorsa
del decollo prenda a sbattere le ali. Quand’ecco dal buio
dell’altissimo tetto apparire tremenda la massa colossale:
non si può subito dire se la prora del grandioso
transatlantico che di punta precipita dal cielo, o il palazzo
reale di piani cento che rovinando allo spaccarsi della
terra a noi si presenta coi suoi più alti attici,
o la stazione spaziale alla deriva, da cui ormai da vent’anni
non si riceveva alcun segnale; o piuttosto le quattro montagne
delle nocche del pugno di Dio che frana e s’abbatte al suolo;
o semplicemente la faccia piatta della morte, il ghigno
della morte schiacciante. Fatto sta che quando dalle dense
esalazioni all’improvviso spuntava la piattaforma ferrosa
e feconda, allorché il tremendo maglio dall’alto
sparava giù a terra l’enorme suo peso, di quel drago
una ad una si potevano distinguere le squame ricoprirgli
la pelle spessa del ventre, una pancia corazzata pingue
di braci che scorreva sibilante innanzi agli occhi degli
operai. Essi, eternamente sbigottiti di fronte ad un siffatto
evento, ignari ed inesperti proprio come il primo giorno
d’assunzione, stavano là raccolti, a guardarlo vibrare
il colpo suo agghiacciante e definitivo.
Ma non c’era brutalità nella potenza dell’atto percussivo,
poiché giunto in prossimità del contatto materiale
il maglio come per incanto s’addolciva, frenava bruscamente
la sua corsa furibonda giungendo così a sfiorare,
con la dolcezza del più riguardoso baciamano, la
materia sottoposta al giudizio della deformazione plastica
permanente. Imprimendo la sua unica forgia all’informe cosa
stante immobile sulla base dello stampo, da essa la mazza
estraeva abominevoli frange sotto l’aspetto della pura perdita,
al contempo rigenerandone l’essenza e, modificandola all’uopo,
quella stessa essenza fissava alla ragion d’essere finalmente
cosa fatta. E quando con la stessa gentile accortezza il
maglio poi lentamente si ritraeva, la cosa siffatta vibrando
sussultava: un trasalimento, uno spasmo, semplicemente la
reazione elastica del nuovo corpo alla nuova vita (di balestre,
la sinfonia dolcissima).
Lo stampo. Lo stampo, pure lui sarà là dentro,
da qualche parte: lo hanno lasciato là, i miei parenti.
Se a quel tempo fossi stato già grande, vedi se non
me lo sarei portato via, almeno quello! Gli avrei riservato
un posto qui a casa, sicuramente glielo avremmo trovato,
un posto. Oppure lo avrei messo in cantina, ben coperto
e riguardato, ma non l’avrei mai lasciato in fabbrica, buttato
chissà dove.
Era un esemplare esclusivo: pensa, un unico stampo per vent’anni
di attività. Ed un solo pezzo al giorno ne cavavano
fuori. Cambiava soltanto il numero d’ordine, quello era
progressivo. In pratica c’era un operaio, te lo ricordi
il signor Martorana? per anni l’ha fatto lui quel lavoro,
c’era quest’operaio che teneva il conto dei pezzi; giorno
per giorno riportava tutti i numeri su una specie di registro,
un protocollo, dove accanto al numero annotava l’ora esatta
della fucinatura, nome e cognome del committente e la destinazione
precisa del singolo pezzo, dimodoché in ogni momento,
se mai ve ne fosse stato il bisogno che so, per un intervento
di manutenzione, quel pezzo sarebbe stato facilmente rintracciabile.
Infatti, se nel corso del suo utilizzo esso fosse stato
spostato, che ti posso dire, anche semplicemente da Dulci
Fondaco a Mont’Aperto, il proprietario era tenuto a darne
comunicazione alla ditta, che avrebbe provveduto a rettificare
le carte. Era previsto proprio nel contratto e mi sembra
pure giusto: non è che uno lavora, ci mette tanta
cura nel fare una cosa e poi la lascia allo sbaraglio, ti
pare?
«‘Sto prurito mi fa diventare pazzo. Senti, tu che
hai le unghie, non ti seccare, dammi una bella grattata.
A parte il fatto che fra il tre e il sette non mi viene
bene, non ci arrivo… Sì, sì, là, là,
sul numero di serie.» |