Non
si lamenta più, ma guida e basta.
Andato il tempo delle proteste – quelle contro il padrone
e quelle contro la gente, che in fondo a niente hanno mai
portato, se non ad arrugginirsi prima del dovuto – oggi
Pasquale non pensa che a guidare, senza una parola e senza
uno sguardo che non sia alla strada che ha davanti a sé.
La prima volta vidi Pasquale alla stazione dei pullman,
nello spiazzale, e subito pensai che avrei gradito la sua
vicinanza: più che per amico, la sua fisionomia del
tutto speciale mi fece vagheggiare di averlo come un fratello
maggiore, uno stabile approdo al riparo e fido compare di
confessioni.
Avevo acquistato un biglietto per tornare a casa: era la
mia prima corsa notturna. Quella sera, alla partenza, niente
della mia storia avrebbe potuto distinguermi dal passeggero
comune, semplicemente perché un comune passeggero
io ero. E nell’attesa che la macchina a tre assi ultimasse
le ultime lentissime manovre – quelle necessarie e sempre
tali e quali, prima che il facchino prendesse a caricare
i bagagli – già mi sentii ardere dall’aspirazione
di poter ostentare una mia qualsivoglia dissomiglianza dal
resto: così io, fin da quel primo momento, immaginai
di poter essere riconoscibile fra i tanti, desiderai di
diventare io stesso il viaggio o, quanto meno, di esso un
inconfondibile indizio.
Ma ecco che soffiando i pistoni si aprì la bussola
e vidi Pasquale l’autista scendere verso la ressa dei viaggiatori
che attendevano l’imbarco. Mi fu subito chiaro, come sbagliarsi?
Quell’uomo era la strada. Della strada ampia aveva Pasquale
la fronte, di quella misura – né più né
meno – che dà sicurezza, fa dormire i sonni tranquilli;
della strada aveva le mani, due mani a serrare volanti infallibili
anche se vuote e penzolanti, proprio come le dita del fumatore
incallito, quando ormai l’ultimo tiro è soffiato
ma esse restano in quella stessa inconfondibile postura,
ancora e ancora lungamente, avvolgendo mozziconi che non
esistono. Fatta di strada aveva la giacca della divisa,
Pasquale, colorata con le tinte dei cespugli che sempre
nascono ai margini delle carreggiate, quegli sterpi infestanti
a noi tutti familiari, quelli che spaccano l’asfalto; e
del colore di strada le scarpe: lucide e bitumate. I suoi
capelli, pure quelli fatti di strada: vi si distinguevano
improvvise deviazioni, gli stessi improbabili bivi che quando
meno te l’aspetti ti obbligano a provinciali sempre diverse
e sempre più buie, zeppe di pieghe così strette
che non ti fanno scorgere la fine, né capire quando
mai potrai rientrare, se mai rientrerai. Nientemeno la strada
era pure lungo il suo naso, un organo adattissimo a rintracciarne
gli aromi, che poi seguiva all’insù; e la strada
nelle sue orecchie, per non sentire nient’altro che le onde
dei curvoni da attaccare, il vento sui viadotti, da sbalordire,
o quel tizio dell’ultima fila che si lagna «qua dietro
fa freddo»
Negli occhi, invece, qualche cosa di sfuggente che non colsi
la prima volta, né avrei compreso se non dopo dieci
anni ed oltre di lunghi viaggi notturni.
Fino a che, stasera, è venuto il momento dell’ultima
corsa insieme all’uomo delle stagioni asfaltate e veloci,
Pasquale, che durante questi anni è diventato ciò
che avevo lungamente sperato: mio fratello maggiore, lo
stabile approdo al riparo, fido compare di confessioni.
Proprio stasera ho afferrato il perché di quell’afflizione
nel suo sguardo, fino a qui sconosciuta, che è il
tormento serrato di chi ha smarrito la propria più
cara gioia.
Ah, mio fratello Pasquale, per la prima volta piccolo al
cospetto del mezzo meccanico! Solo stasera vedo nei suoi
occhi ciò che sempre c’è stato di diverso:
la casa, nei suoi occhi sbalorditi. Sì, la sua casa,
senza sosta lontana e dentro a quella, quali amori distanti,
figli cresciuti senza sapere il perché, una moglie
mai stretta abbastanza; stoviglie dal sapore scordato, cassetti
estranei così come gli stipi, o il profumo del sapone
per le mani.
Io voglio bene a Pasquale e per questo gli chiedo che c’è
che non va «mi sembri stanco» per la prima volta,
stasera, mi sembra veramente stanco.
Lui non mi risponde, ma prima di mettere in moto quel coso,
mi guarda, e sorride. |