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L'Inganno di Becky
Arancia
Il Zero
A memoria supponente (Hommage à César Franck)
In farmacia
Festino a Dulci Fondaco
Semplicemente
Inedia?
Nell'officina del maglio a vapore
Non si lamenta
La valigia
Paranoid lunch
Le lettere elementali. Numero zero.
Le lettere elementali. Numero uno.
Le lettere elementali. Numero due
Le lettere elementali. Numero tre
Le lettere elementali. Numero quattro
Le lettere elementali. Numero cinque
Papà a Natale
Il Re puntino
Alcune considerazioni sulla bellezza dello sgorbio
Il graffio parlante
Pannone
AnemoNero
Shinkansen Majorana
 
 
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Per la milionesima sera, stasera io parto. Una volta ancora mi allontano dalla tua forma carnale, per giungere a te, amore, che ineluttabilmente chilometrico sei.
Per la milionesima sera stasera io parto: che enormità. Quanti segnali, tutti ugualmente memorabili, mi guidano al meglio.
Per la milionesima sera, stasera dunque io parto. Buono l’inizio, ma tu dove sei? Di te nessuna traccia. Macché universi, dentro di me; ma quali invidiabili infinità, o i geni di Paride, o quant’altro occupi spazio. No, non è affatto così: io parto e dentro di me, solo vuoto. Così stanotte ne cancella un’altra, e quella di domani divorerà questa come in un domino immorale, come l’amore più bello del mondo, come un altro milione di volte prima di adesso. E siccome la complessità non conosce regressioni, non vi può essere – se non nel tempo che ha da venire – un momento più complesso di questo: io che faccio la valigia.
Mentre guardo la valigia come se non dovessi più tornare, mi accorgo di aver pensato la stessa cosa tutte le altre volte; certo che a breve, quando l’avrò richiusa, tu sarai già parte di quella stupefacente incoscienza che dà la forza di aspettare. Un torpore solo tuo, misto a canzoni degli anni ‘70. Ed è così, proprio grazie al tuo attendere, che io vivo due vite: questa, che posso misurare e codesta, che è un sogno senza fine.
Sul fondo, le carte.
Sul fondo, tra carte che non leggerò e che trasporto solo per vizio, ricordo come non vi sia stata che quell’unica possibilità, che l’amore tra noi nascesse. La tua pazienza (è rovo) mi commuove quasi quanto la vista del tuo ventre (profumata piuma): forte di te (unica) io io io io (molteplicemente quadruplo) e tu (molteplicemente unica) forte di me, di me, di me, di me (di chi?). Pensi sia disordinato? Siamo solo un uomo e una donna, in fondo.
La scatola della biancheria intima.
Nella scatola della biancheria intima, la bolgia del Carnaval pazzesco: io smascherato scelgo a caso una travestita festante tra mille, la conduco nel vicolo buio, le sollevo la maschera e ti bacio. Sulla spiaggia, ad un tratto il cielo s’oscura, il mare si ritira e un gigantesco robot a forma di seppia emerge spaventoso dalle onde. È venuto a prendere te, per condurti nell’oceano in cui galleggiano le boe dimenticate; sull’orlo dell’apicco cimitero delle fate; in mezzo al nero niente della vera distante prigionia. In balia del tentacolo d’acciaio, il tuo ultimo sguardo è per il mostro meccanico: prima che ti finisca, lo vedi volger la testa al sole morente. E una lacrima. Pensi sia disordinato?
Lo scomparto per le cose se farà freddo.
Il Natale esalta la mia filantropia ed io spero di vederti presto. Dentro un vortice noi siamo, dentro a un meraviglioso vortice stradale di tornanti al culmine del quale fra poco io ti dirò «buon quello che vuoi tu, gioia mia» che sei acido filato e zucchero muriatico, e io ti amo. Anche da qua ti amo, certo, ma apri gli occhi adesso, e guardati intorno: l’immobilità di appendiabiti, cose e suppellettili nel tuo ingresso, non ti suggerisce l’unica risposta possibile? Che il tempo è già passato e da un momento all’altro io… Pensi sia disordinato?
Qualcosa da mangiare lungo il viaggio.
Ammetto l’ignoranza in materia di buon vino e mi trascino fra le tue insenature. Adesso già lontano – e forse avvertendo da me quella stessa distanza – qualcuno brindando m’invita «alla donna!»; io accosto le labbra al bicchiere, posando sulle tue un alito d’Averna, l’amaro. Una settimana fa a quest’ora, noi due ancora bruchi.
Il porta pillole.
Né la morte ci dividerà. Io settantuno, tu sessantatre, sarà come adesso. Io al cimitero di, tu a quello di, sarà come adesso. E quando verrà il 3005, noi due, ancora.
Il telefono.
Nel buio delle campagne svettano i ripetitori: sembra che dormano, ignari del prodigio che i nostri telefoni si raccontano nella notte.
L’orologio.
Amore mi piomba le ore più tarde, stuzzica i galli anzitempo. È così che andando non trovo riposo, ma penso ai tuoi occhi. Insieme guarderemo aerei che non esistono prendere il volo.
E adesso che tutto è pronto, niente di me ti è lontano, eccetto te. Più mi allontano, più mi avvicino. Più mi, più mi. Più, più. Pensi sia disordinato? Suvvia, se l’Uomo Ragno avesse ricamato sul costume, in mezzo al petto, lo stemma della Mercedes, questo sì sarebbe disordinato. Ma perché non si chiude, allora?
 
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Finalista al XIII Premio Letterario Internazionale Jacquès Prevert 2007
 
   
 
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