Per
la milionesima sera, stasera io parto. Una volta ancora
mi allontano dalla tua forma carnale, per giungere a te,
amore, che ineluttabilmente chilometrico sei.
Per la milionesima sera stasera io parto: che enormità.
Quanti segnali, tutti ugualmente memorabili, mi guidano
al meglio.
Per la milionesima sera, stasera dunque io parto. Buono
l’inizio, ma tu dove sei? Di te nessuna traccia. Macché
universi, dentro di me; ma quali invidiabili infinità,
o i geni di Paride, o quant’altro occupi spazio. No, non
è affatto così: io parto e dentro di me, solo
vuoto. Così stanotte ne cancella un’altra, e quella
di domani divorerà questa come in un domino immorale,
come l’amore più bello del mondo, come un altro milione
di volte prima di adesso. E siccome la complessità
non conosce regressioni, non vi può essere – se non
nel tempo che ha da venire – un momento più complesso
di questo: io che faccio la valigia.
Mentre guardo la valigia come se non dovessi più
tornare, mi accorgo di aver pensato la stessa cosa tutte
le altre volte; certo che a breve, quando l’avrò
richiusa, tu sarai già parte di quella stupefacente
incoscienza che dà la forza di aspettare. Un torpore
solo tuo, misto a canzoni degli anni ‘70. Ed è così,
proprio grazie al tuo attendere, che io vivo due vite: questa,
che posso misurare e codesta, che è un sogno senza
fine.
Sul fondo, le carte.
Sul fondo, tra carte che non leggerò e che trasporto
solo per vizio, ricordo come non vi sia stata che quell’unica
possibilità, che l’amore tra noi nascesse. La tua
pazienza (è rovo) mi commuove quasi quanto la vista
del tuo ventre (profumata piuma): forte di te (unica) io
io io io (molteplicemente quadruplo) e tu (molteplicemente
unica) forte di me, di me, di me, di me (di chi?). Pensi
sia disordinato? Siamo solo un uomo e una donna, in fondo.
La scatola della biancheria intima.
Nella scatola della biancheria intima, la bolgia del Carnaval
pazzesco: io smascherato scelgo a caso una travestita festante
tra mille, la conduco nel vicolo buio, le sollevo la maschera
e ti bacio. Sulla spiaggia, ad un tratto il cielo s’oscura,
il mare si ritira e un gigantesco robot a forma di seppia
emerge spaventoso dalle onde. È venuto a prendere
te, per condurti nell’oceano in cui galleggiano le boe dimenticate;
sull’orlo dell’apicco cimitero delle fate; in mezzo al nero
niente della vera distante prigionia. In balia del tentacolo
d’acciaio, il tuo ultimo sguardo è per il mostro
meccanico: prima che ti finisca, lo vedi volger la testa
al sole morente. E una lacrima. Pensi sia disordinato?
Lo scomparto per le cose se farà freddo.
Il Natale esalta la mia filantropia ed io spero di vederti
presto. Dentro un vortice noi siamo, dentro a un meraviglioso
vortice stradale di tornanti al culmine del quale fra poco
io ti dirò «buon quello che vuoi tu, gioia
mia» che sei acido filato e zucchero muriatico, e
io ti amo. Anche da qua ti amo, certo, ma apri gli occhi
adesso, e guardati intorno: l’immobilità di appendiabiti,
cose e suppellettili nel tuo ingresso, non ti suggerisce
l’unica risposta possibile? Che il tempo è già
passato e da un momento all’altro io… Pensi sia disordinato?
Qualcosa da mangiare lungo il viaggio.
Ammetto l’ignoranza in materia di buon vino e mi trascino
fra le tue insenature. Adesso già lontano – e forse
avvertendo da me quella stessa distanza – qualcuno brindando
m’invita «alla donna!»; io accosto le labbra
al bicchiere, posando sulle tue un alito d’Averna, l’amaro.
Una settimana fa a quest’ora, noi due ancora bruchi.
Il porta pillole.
Né la morte ci dividerà. Io settantuno, tu
sessantatre, sarà come adesso. Io al cimitero di,
tu a quello di, sarà come adesso. E quando verrà
il 3005, noi due, ancora.
Il telefono.
Nel buio delle campagne svettano i ripetitori: sembra che
dormano, ignari del prodigio che i nostri telefoni si raccontano
nella notte.
L’orologio.
Amore mi piomba le ore più tarde, stuzzica i galli
anzitempo. È così che andando non trovo riposo,
ma penso ai tuoi occhi. Insieme guarderemo aerei che non
esistono prendere il volo.
E adesso che tutto è pronto, niente di me ti è
lontano, eccetto te. Più mi allontano, più
mi avvicino. Più mi, più mi. Più, più.
Pensi sia disordinato? Suvvia, se l’Uomo Ragno avesse ricamato
sul costume, in mezzo al petto, lo stemma della Mercedes,
questo sì sarebbe disordinato. Ma perché non
si chiude, allora? |