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Paranoid
lunch |
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Intro.
Solitudo.
Rovente. Un lievito in cottura lentissima sopra a un
sedile in penultima fila.
1st Movement. Il fuoco. La pentola.
Indossare abiti leggeri non servirà in questo
pomeriggio torbido, aderente alla mia pelle mentre da
solo, a bordo del pullman, discendo per il fianco della
scarpata di ferro. La sonnolenza calma le mie inquietudini
e contemplo il piano obliquo a quarantacinque gradi, sghembo
e perfetto, dell’ovvio colore del ferro.
Un rallentamento improvviso della marcia mi coglie lungo
il pendio, allorquando la macchina dolcemente comincia
a sterzare (manovra che suggerisce l’imbocco di un tornante
e in effetti è così): volgendo lo sguardo
al finestrino addossato al quale ancora sonnecchio, scorgo
un’alta parete verticale, lucidissima. La stessa uniformità
che fin qui mi ha impedito di percepire differenze di
piani ora mi sorprende, come cosa nuova incredibile e
vistosa. Pochi metri e la corriera si ferma.
Il mio sedile abituale è il 37. Lo lascio e percorro
tutto il corridoio. Scruto attraverso gli opposti finestrini:
di qua i consueti monotoni luoghi riposano immobili, mentre
dalla parte opposta non c’è più quel grigiore
familiare ma una vasta campitura livida, di tono spento
(lo sconfinato cielo della Sicilia al crepuscolo).
Il mio pullman abituale è il 37. Scendo. Poggio
il piede sul prato metallico e l’incertezza mi assale,
poiché a sfiorare l’orma che occupo c’è
un oscuro dirupo a strapiombo sul niente, della più
inaudita profondità. Un istante di sbigottimento
sull’orlo del buco nel mondo e mi avventuro lungo la traiettoria
abbandonata dalla macchina, quella che corre parallela
al bordo del precipizio, finché vedo che la fuga
della china, che non si arresta contro una risalita, si
proietta all’infinito. Mi fermo e ruoto lentamente su
me stesso, mi guardo un poco intorno e provo a pensare.
A niente.
2nd Movement. La Montagna Pasta.
Riprendo la marcia rassegnato a non vedere altro che
l’interminabile imbuto inclinato, quand’ecco sopraggiungere
la variazione sul tema. Una forma soprasensibile, pressoché
trasparente, cresce veloce e silenziosa dietro all’orizzonte;
come la terra sconvolta nelle sue profondità da
un improvviso singulto che fa traballare la casa alle
prime ore del mattino, quelle in cui il sonno è
più dolce e perciò stesso non c’è
paragone per lo spavento, ad ogni ulteriore mio passo
dal punto da cui ne ho percepito a stento i contorni sfocati,
avvisto ergersi lontana, di fronte a me, una montagna.
Diafana in principio, essa crescendo diventa consistente,
fino a che, incantevolmente, si staglia contro il pallore
aereo.
Mentre esploro con la curiosità del bimbo in una
giungla di giocattoli, l’ascensione delle pendici è
ormai completata, l’intera massa ha perduto la sua lugubre
evanescenza ed io posso finalmente apprezzarne il ritmo
concupiscente delle sinuose geometrie: è un’immensità
ricamata di se stessa, un portentoso groviglio di cordoni
biancastri e invitanti. Ad avviluppare l’enorme basamento,
un denso velo di bruma immota nell’aria che si estende
orizzontalmente a perdita d’occhio.
Sto ammirando incantato la materia quando mi rendo conto
che la fisionomia reale del luogo diverge da quella presunta
all’inizio: infatti, il piano obliquo che ho percorso
cambia inclinazione all’improvviso e risale per un tratto,
ma non si arresta – come invece gli occhi hanno creduto
– contro il piedistallo del rilievo. Quella che avevo
ritenuto la parte inferiore del blocco ne costituisce
invece soltanto la fascia mediana tra la base e la cima,
lambita da sospensioni eteree che non sono fatte di nebbia,
bensì nembostrati coi bordi sfrangiati. Lo zoccolo
si trova quindi molto al di sotto del mio nuovo punto
d’osservazione. Percorsi pochi metri in salita, mi sono
dunque ritrovato sull’orlo di una vallata profonda, la
cui parete di rimpetto è costituita proprio dallo
zoccolo della montagna. Mi sdraio a pancia sotto sul trampolino
per trascinarmi fino al suo bordo, quindi spingo la testa
nel vuoto, guardo allo sbocco voraginoso e ciò
che vedo mi appare incredibile. La base del massiccio
è segnata al centro da una vasta spaccatura, un’immensa
diaclasi che si insinua dentro alla montagna come strada
di miniera. Il paesaggio tutt’intorno alle falde laterali
è illuminato da un bagliore che proviene dall’interno
della massa nebulosa sovrastante.
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3rd Movement. Sugo di seppia.
Sto ancora timidamente appollaiato quassù
quando i miei occhi le vedono. Ombre lontane, sagome mute
che procedono lente lungo la strada che si addentra nel
monte. Ora scendo a valle per capire di cosa si tratta.
Sono creature alte un metro, un metro e mezzo, con il corpo
rigonfio; al centro della testa, che è voluminosa
e incoronata da tentacoli flaccidi muniti di ventose, due
cavità orbitali contengono gli occhi grandissimi,
spalancati e perduti nel nulla, che ne fanno degli esseri
tutto sommato allucinanti.
Lungo la strada, camminando tra loro, avverto un senso di
smarrimento, l’ombra di un giudizio sovrastante, prossimo
e severo. E poi, dappertutto questi arti lunghi, sottili,
scuri, i volti lontani e indifferenti, mi incutono un turbamento
denso al punto che desidero nascondermi; cerco un modo di
rimediare all’angoscia che cresce. Com’è possibile
che nessuno – neppure uno degli esemplari più piccoli,
certamente di tenera età, al seguito della processione
in gran numero – sia interessato a me che sono così
diverso? È evidente, io non sono come loro, sono
diverso.
Continuo a sbandare per la grande via, quando sono attratto
da una creatura in particolare. Goffamente ricurva e macilenta,
il volto nascosto per intero da un fascio di appendici sommitali
color tabacco da cui spuntano gli occhi strabuzzati, l’essere
fissa il sugo nero sotto ai propri passi. Avvicinandomi
insicuro al suo gruppo, muove lievemente il capo verso di
me, le sue pupille lentamente cominciano a ruotare e mi
ritrovo a camminare faccia a faccia con la seppia, finché
essa, con un sussulto, mi mostra il becco che si apre.
4th Movement. L’imprinting.
«Rammento di uno che rifiutava la
pasta che non fosse stata condita col sugo della madre.
Ancora un minuto e saremo pronte: giusto il tempo di presentarti
i miei figli.»
5th Movement. Lo scolapasta.
Trance abissale mi accoglie tra le spire
mentre lotto per liberarmi dalla fame. Come preghiere echeggianti
dai recessi di una spelonca perduta nel tempo, mille interrogativi
mi pongo. E allora, visto che parli, perché non dici
tu dove cercare la chiave che sblocchi l’universo? Come
emanciparmi dal desiderio? La fame si spande lenta attraverso
le stanze, ne lambisce le pareti e porta qui dentro il silenzio
più amaro del mondo. Di ritorno dal viaggio nella
pentola, il mio stomaco accoglie un consesso di dubbi tremendi:
mi incantano, con un profumo malizioso di prezzemolo freschissimo
(e la fragranza di rupe, la senti?) e fragranza di rupe.
Ora il mio ventre è il deposito degli spazi vuoti
giammai saturabili, delle risposte multiple prive di croce,
dei riquadri prestampati che in eterno abortiranno in bianco.
È tutto questo, questo mio ventre. Questo è
tutto. E un sospetto mi assale mentre servo: che tra il
nero e il bianco mai riuscirò ad ottenere una sfumatura
tanto raffinata, una progressione dei passaggi cromatici
(da un tono di grigio all’altro, passando da un bucatino
a quello accanto) così elegantemente calibrata da
non consentirmi di cogliere una pur minima discontinuità.
Questo racconto perché sono guarito. Bon appétit.
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2007
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Medaglia
al Premio Letterario Internazionale Città di Cava de'
Tirreni - XXV Edizione 2008 |
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