Amore
e tosse non si possono nascondere.
(Ovidio)
«A tutti quelli che – dicevi – intenti
a edificare alveari, stipare provviste per copulare con
putride carni e allevarne le larve; a tutti quelli
– hai detto tu – che fuori da lì non sanno»
da che parte andare, voglio dedicare un mio libero pensiero,
perché se non altro io possa sentirmi puro e tersa
e bianca come il giglio, di fronte al foglio, la mia coscienza.
Il male esiste solo nel senso di manovra, mai come unità,
giammai come utilità, perché non ce n’è
traccia nell’aria e nelle foglie, nell’onda, né
sulla terra per intero. Dappertutto l’amore passa piuttosto:
come una lamina molle tra uno strato vecchio di asfalto
e quello nuovo, vortica nella bocca dei polpi e tra i
loro denti a punta è intatto così come dentro
ai fili del telefono, quando nell’attesa della chiamata
essi portano il nostro silenzio. Scrivo la canzone perché
amo e dell’amore sono proprietario; sento amore e scrivo
una canzone violenta gridando che attaccherò l’uomo
e la sua stratosfera, distruggerò palazzi e l’universo:
ah! come romperei tutto per amore e frantumo la chitarra
elettrica frattanto, metto due dita nella presa, scuoto
la testa e per amore dico no! Non muoio, vivo: io vivo
per amore.
Nella trentasettesima strada un operaio solleva la botola
e si cala dentro alle fogne, per raggiungere il punto
esatto dove si pensa sia l’avaria. Da solo si avventura,
rimette i piedi a terra sul fondo miasmatico e mentre
accanto gli scorrono topi che rosicchiano carcasse tumefatte
di topi e guano putrido e galleggiante, quell’uomo trova
l’amore. Lontana la collina coperta di muschi e di azalee,
ignorando l’idea del profumo che certi sugheri dei Nebrodi
fanno, il metropolitano x rinviene amore nel profondo
silenzioso e lercio della fogna di metropoli x.