Si
accende il propulsore: l’onda pulsante me lo dice, lenta
a poppa a sciabordare come fosse agonia. Talché
si toccano. Due sezioni contigue del parapetto all’avviarsi
dei motori sussultano e i tubi sfiorandosi vibrano, facendo
rumore di ferrovecchio. Il mio trasalimento, nell’apprensione
dell’urtare mattutino. Oltre la balaustra che piange,
là sull’altra sponda c’è la mia amante,
distesa sul fianco: dorme ancora, non mi sa così
vicino. Eppure, non abbastanza vicino perché il
gemito delle transenne del mattino possa raggiungerla.
Il tempo di coniugare il futuro al presente ed eccomi
qua. Senza sapere, né avere mai capito, il disegno
viene ora a un senso, se non proprio a quadratura; e coperta
una distanza – è discreta – della vita fino a una
sosta che mi espone qua sconosciuto e nudo, la memoria
è claudicante. Appena giunto ho ricevuto l’atto,
che ho letto e sottoscritto. Sarà difficile, certo,
per te che riposi altrove, immaginare nevi grattacieli,
alte a muraglie e impossibili; o calarti in chi, sotto
una minaccia verticale, volta fredda e scura, mentre è
obbligato a ritenersi minima parte di un’immensa torva
bruma, prevede questa vita e ne ricorda un’altra. Seduto
al riparo delle tettoie, le cose all’ombra dello spiovente
hanno lo stesso colore di quelle che vi sono oltre. Tra
rovine di foglie cadute, in terra cerco ancora una foglia
diversa, scorgo fianchi curvi di donne che nuotano tra
macerie di fumo ad ampie bracciate e veloce, frattanto,
la luna non è più sulle mie unghie.
Non ho dubbi che mi licenzierò senza la soddisfazione
dell’aver compreso il senso di questa comparsata. Ne sono
certo nella stessa misura in cui neppure immagino l’avvento
del congedo: questo flusso, che io chiamo disegno interiore,
mi segue da presso fin dai più fanciulleschi sussulti
della mia coscienza, dapprima ignara per lo più
e solo poi, giusto di recente ed a trascurabili tratti,
assurta a tautologica faccenda. Certo è che le
tracce fin qui raccolte si rivelano inequivocabili. Non
che il mio scriverne abbia pretesa di codificazione da
diario o illusione o idea di recupero e riemersione da
testamento; viceversa ed evidentemente, scrivere di quei
tratti pallidi ma precisi non ha per me un’utilità,
eccetto quella di pretendere per me stesso, per la stessa
mia coscienza, giustappunto scrivendone, che la presente
manovra fornisca alla mia esperienza nient’altro che un
tratto ulteriore. E ciò va fatto adesso, prima
che il ricordo si disperda. Ora il disegno interiore va
precisato, fintanto che ancora, oltre il capezzale sopra
al letto io non scorgo la parete, ma un altro capezzale.
Tra fertili e inesplorate umidità vegetali al livello
scantinato d’una palazzina di piani sette, un pomeriggio
ebbi dieci anni e come fosse ieri scovai una meraviglia.
Cercando il pallone o forse un soldatino caduto, mi avventurai
all’ombra del grande fico selvatico finché rinvenni
una creatura misteriosa immobile ai piedi del tronco.
Con la forma di un verme soffice e polposo, il corpo della
lunghezza di un dito medio suddiviso in anelli regolari,
quella cosa dava l’idea di essersi smarrita. Aveva il
corpo ricoperto da una peluria delicata e all’estremità
– non saprei dire la testa o la coda – un corno nero e
appuntito, come la punta di una mina gigante. Servendomi
di una foglia di fico catturai il verme e col cuore in
gola me lo portai a casa. Era il 1980, vivevo in un appartamento
al penultimo piano del palazzo bianco vicino alla stazione
ferroviaria con i miei genitori insegnanti i quali, analizzata
la scoperta, conclusero trattarsi di un baco da seta.
Giocavano a Risiko al piano disotto ed io rimasi
solo, nella casa del baco. Quella sera avrei incontrato
la mia amante, finalmente, dopo tanto desiderio. Sistemai
una sedia sopra l’asse da stiro, vi montai e raggiunsi
la rivista sull’armadio. Con le dita già toccavo
la sua pelle rosa, derma patinato da fumetto a colori
degli anni ’80, il soggiorno fragrante di maieutica e
di un profumo di carne avventurosa e virginale che ancora
adesso, a tratti, ricorre. Mormorante pressappoco a metà
dell’albo, lei come fosse sorpresa mentre quel giovanotto
incitava un animale a conoscerla, a fidarsi di lei, a
familiarizzare con quella cotenna dello stesso colore
della propria cotenna. Il fortunatissimo grugnì
quando l’asse mi crollò sotto ai piedi, ed io fallito
insieme al resto, sul pavimento. I miei accorsero, sentendo
il gran botto. Non so che m’inventai ma so per certo che
era il 1983.
Poco più avanti, una sera d’inverno mi sembrò
di avvistarla mentre passava dentro la sua macchinina.
Prima o poi sarebbe tornata indietro – fu quel che pensai;
perciò attraversai la strada e raggiunsi il marciapiedi
opposto, dove attesi con postura da stratega. Di lì
a poco eccola infatti che viene e realizzarsi il fatto
così bello da apparirmi inverosimile: il suo sguardo
safari dalla parte opposta a mirare, a cercarmi dov’ero
prima. È così, dunque, la crisalide è
matura, ora sono pronto e lei è a caccia di me.
Era il 1990, avevo vent’anni. Lei mi guardò e poi
subito a pagina trenta.
Fermiamoci qua: del resto è già abbastanza.
Sulla scorta di questa sintetica – ed anche a primo acchito
incongruente, lo capisco – rievocazione episodica in forma
di ricorsi, ritengo di disporre di adeguato supporto indiziario.
Da uomo, ho creduto nel miraggio dell’autosufficienza
tanto da incarnare in me il mistero della mia stessa vita,
pur non potendomi sottrarre alla memoria certa che quel
segreto senso non si fosse mai svelato, men che meno nel
sonno dell’infanzia. Tanto che un io a me bastante mi
avrebbe compiuto: l’uomo vestito da uomo. Io sono essere
scrivente e perciò vivo. Tanto (di ciò che
ho scritto) ho scritto per me; tanto (della vita che ho
vissuto) è stato vissuto soltanto per me. Esattamente
questo è accaduto, se non altro fino a un certo
punto; come suppongo che in quella precisa posizione prolissamente
avrei sostato, se non avessi scorto la chiara ricorrenza.
Ancora, da uomo ho accostato le labbra a questo e quel
bicchiere, posando un alito d’amaro su labbra ulteriori
diverse ed assenti, remote, nel tempo. Ho ricordato canzoni
lontane degli anni trascorsi ed irrimediabilmente finiti,
escogitando talora occasioni di autoevangelizzazione,
giammai deflorazioni probabili e composte; in costanza
di personalissima e consapevole ingiustizia, ho bramato
una mansuetudine altrui mancante, pazienza di rovo che
potesse commuovermi come immagino si debba commuovere
un vecchio di cent’anni alla vista di un ventre di piuma,
o l’adolescente che trasale proporzionando quella medesima
idea all’avidità del proprio tempo. Da uomo, insieme
alla possibilità di tacere, mi si è presentata
l’occasione di dire parole. Ed io ne ho dette, come l’ottone,
la crema, afflato e dente di polpo, lingua di fuga fra
due piastrelle, l’Oceano Pacifico, una lacrima, i Carpazi,
prete e arciprete; e tra un pronunciarmi e quello
successivo, quanto tempo trascorso interrogandomi sul
silenzio di volta in volta da esse surrogato.
Postulando l’assenza del preliminare, ho immaginato una
notte in sé preliminare; dunque ho pensato a una
notte fitta di preliminari, postulando un istante di passione.
Proprio questo ho fatto, perché in un balordo e
nuovo istante potessi finalmente riuscire a sentire le
cose che avrei voluto fortemente sentire. Alla maniera
dell’impiegato pendolare che pensa ogni giorno al ferry
boat, di un pellegrino consunto che si trascina per
il viaggio della memoria, anch’io, uomo, ho lavorato e
trasferito le mie carni da una parte all’altra della terra,
ora mobile come schiene d’amplesso, ora immota come stiamo
immobili e impotenti all’attracco che sciopera, per giungere
qui, davanti a questo banchetto insolente. Dunque ho letto:
ho letto e sottoscritto.
A quest’ora la città sarà già piena
di turisti, vero? Giapponesi e non, che cercano e reagiscono.
Labirinto tra i Condotti e Baddarò, quanto
lontano si può fuggire da qualcosa che si ha dentro?
Una critica mossa al come, la mia, giammai al perché,
nel momento in cui capisco quanto sarebbe sciocco pretendere
di disegnare un airone o una stella, o una mano, adesso
che il tratto si è avviato verso una forma diversa
e tuttora imprevedibile. Sarà forse vero che arrivati
a un certo punto non si può tornare indietro. Se
invece fossi ancora in tempo, se anche solo stanotte,
durante il mio viaggio fin qui la mia memoria, forte della
bellezza che c’è nel non sapere quel che verrà
dopo, deficiente perfino nel mettere a fuoco il passato
di competenza, se la mia stessa memoria mi avesse interrogato
su cosa desiderassi più di tutto, non avrei esitato
un momento: un foglio nuovo, bello pulito e bianco, senza
punti da unire, questo avrei risposto. Ma a quest’ora
della sera, dove mi trovo adesso non c’è più
nessuno. Soltanto un corridoio lungo, deserto e dritto
fra cento porte chiuse di cento uffici vuoti che conduce
chissà dove.