Sul
letto che hai scondito a notte fonda, partito mentre ancora
ti sognavo, mi siedo stamattina e guardo la mia gamba,
fra il ginocchio e un angolo di stoffa chiaro quanto basta
a concedermi il regalo, l’esercizio impegnativo: un graffietto
sulla coscia. È trascorsa questa notte, passato
mi è il passato. E nel graffio che m’hai fatto
c’è catasto e un impegno, c’è scritto il
tuo pegno, al futuro. Che la morte altrove andrà
ammorbando, non t’avranno le Bermuda e da me ritornerai:
questo ed altro mi racconta la piccola ferita, sì
da niente, tuttavia così importante.
Dice di un torpore che vince la belva più empia,
ne strema le membra, zittisce il suo latrato, ma è
un contenimento organizzato, una trovata che illude chi
s’avvicina: abbasserà la guardia e sarà
straziato. Mai uno spunto di conquista che non sia per
l’inganno. L’animale di cui narra è dunque feroce,
astuto e sovrano. Nondimeno quella trappola, certo vincente
al di fuori di te, tu non puoi domare o gestire, giammai
custodire sotto alle vissute e corazzanti falere.
Io pure ho appreso, nel tempo, come un tormento inevitabile
e sottinteso governi l’universo. Si attende un ritorno
dopo ogni singolo, preciso distacco, il premio associando
alla privazione in rapporto d’infallibile proporzionalità.
Così, quando mi abbandoni per l’urgenza della caccia
o il decreto del comando, se viene il tempo di guadagnare
i distretti al di là dei malevoli confini o per
qualsiasi altra logica che non posso avere inteso, io
non mi sposto. Al tuo ritorno, piuttosto, non importa
quando, tu affamato e stanco mi ritroverai. A morderti
e mordermi, a bollenti morsi, le maciullate carni. Nelle
bocche arse le vampe che sai e questa casa una caverna,
capsula di sordi rimbombi e baleni d’ombre ondeggianti.
Un graffio è il saluto discreto che a me lasci,
garbato che sei: non mi svegli, mi graffi. È un
marchio gentile che svanisce dopo un po’, purché
io non lo molesti. Così mi suggerisci la tua idea
di democrazia: spetta a me la decisione di tenerlo. E
pur la tua ambizione di dominio sul mio corpo ribadisci,
perché sai che per tenerlo – difatti lo terrò
– di tanto in tanto ci infilerò le dita, ne impedirò
la guarigione, martorierò la mia ferita e toccandomi
t’avrò pensato. Nella durata del graffio è
la misura della mia tenacia, il suo aggravarsi lento afferma
che a te appartengo.
Quest’anima, mai paga dell’ultima cortese violenza, questa
mia vita che ti segue con gli occhi a sparire all’orizzonte,
dall’istante in cui il sole e tu avrete scavalcato l’estremità
della terra che posso vedere, riprenderà a comporre
sembianze ridondanti di battaglie barocche e guerrieri
in trionfo. Olii profumati sulla mia pelle mentre io spalmo,
tu assapori gole più o meno miserabili coi tuoi
ruvidi denti; l’olio mio e il sangue da te soggiogato
profumano alla stessa maniera, essendo noi due artefici
di sprechi e rovine che nell’intimo s’assomigliano. Gemelli
senza vincolo di carne madre: uomo a me simile tu, io
simildonna, io e te simili ed insieme animali futuri ignoranti
del prima.
Dal marasma di un delirio intricato nasce la contesa del
trono; nascosto tra giocattoli e bouquet, c’è chi
sta disegnando manovre per piegarci. Anche oggi più
d’una volta hanno bussato. E questo perché ti sanno
lontano. Ma un altro è il motivo per cui tremo
ed impregno le pareti della stanza. Al comando della mia
piccola lesione ho acceso un fuoco e la porta è
socchiusa. Assetato di me come bimbo della morbida gomma
nutrice, il graffio mi dice che sei già sulla via
del ritorno. Percorrerai ogni spazio che sia attraversabile
e alternandosi i giorni e le notti, una sera vicina nel
tempo, in un momento di mia leggerezza, tu mi sorprenderai.
Conosco la scena: mi volterò allibita per vedere
dal buio apparire te, con la tua faccia normale; non avrò
modo di ricapitolare il da farsi, che m’avrai bloccato
il fiato. E inebriato dal mio profumo, giusto il tempo
di svuotarti le tasche, appendere la giacca, toglierti
le scarpe, senza neanche avermi salutato, tu mi cicatrizzerai.