Mentre
inseguo un movimento che lambisca le parole e gli spazi
pertinenti, accordando il mio risveglio al velluto di
una danza, trovo un moto che trascina i miei pensieri
nel groviglio di un roveto. Sognato ho già in passato
tante altre cose: pelo di cane sfiorato con diletto e
mi lavo poi le mai, al mattino, col rigor dell’intelletto.
Un pesce dalle squame liberato, sì, eliminato va
l’odore lavandosi le mani; se il taglio è degno
dell’altezza, io pago, tu spazzi e laviamoci le mani.
Giusta è sempre, vuoi o non vuoi, la durata dell’altrui
metraggio: sentitamente porgo ma le mani, poi di corsa,
me ne lavo. Sogno spesso e perciò scrivo a questo
modo (o per forza, io sognando a questo mondo) e non in
altro (semmai talvolta altrove), lasciando che la penna
possa dire cose nere. Come questa notte che mi sveglia
innaturale, mi fa gemere – quando mancano due ore – per
un sogno che stavolta mi spaventa. In Palermo mentre dorme
la nottata, riavvolgo tra lenzuola il ricordo di una strada.
A stregarmi c’è un pensiero: chi va cercando AnemoNero?
Asciutto ha il volto e macilento, le braccia filiformi
come i vermi della frutta. Odoroso AnemoNero,
fiore vagabondo per le neglette strade di Palermo che
non sanno, né lo sa Palermo tutta che pur di quelle
strade ha la piena proprietà, giammai immaginerà
chi l’avrà trafitta ora. Graffia i muri con le
ciglia, ne spizzica gli angoli che atterrano in polvere,
lieve e sottile, come neve artificiale sui laghetti vespertini.
Sui marciapiede passa, biascicando un sonno malnutrito,
i piedi bianchi e nudi sospesi un palmo su gli avanzi
di un altro giorno sterminato, umiliato per intero tra
le sponde del mercato, presente allampanato di bilanci
in negativo, già passato. Piedi sdrucciolanti sull’acciottolato
e roridi al par d’esso, levigati e curvi, scuri i suoi
piedi come cespi sfatti di verza e finocchietto, scarto
di banchetti e di putìe che orlano il
Capo, quello riferito dalle vecchie incisioni, nei racconti
d’altri o stampato sulle reclame, il Capo quel che ancora
per davvero è. Umide e fredde le piante, dita piccoline
con l’unghie arpionate all’aria, dieci a dieci a dieci.
Mariane le caviglie. Monte da sogno, inimmaginabili, che
sforbiciando sfiorano l’erbavoglio a ciuffi e la cipressina.
Sconosciuta mi è la consonanza a questa apparenza
o a quella, a nessun sembiante potendo io approssimarne
la visione. Per mio difetto solo è dunque che l’immagino
femminea, nella forma e nel tacere compiaciuto come di
tranello facile a tendersi in una notte senza luna; per
l’esclusive curve che son d’essa nel volare sul nefando
e vile manto di bitume, leggera spaventevolmente, incurante
del fardello di mondezze che disassano il mondo. Va mareggiando
qual semenza allo spiro della notte sottovento, ramingo
spermio nero chi lo sa per quale via, ed io non so far
altro che paralizzarmi al pensiero di un ondulare infreddolito
e occulto, occhio senza sonno e bocca muta senza fame,
corolla invertebrata, anima sciupata, arma cosmopolita,
lievito di peste. Senza mossa, dal mio letto solo guardo
alle finestre. Dal Borgo Vecchio e stinto una luce sghemba
trapana la stanza e muore addosso alla parete, sopra alla
mia testa, impetrata come un cippo intonacato. Fremo al
pensiero che possa avermi già trovato; giungendo
sotto casa, che abbia proseguito facilmente in su per
il prospetto, che sia magari sdraiata ora sopra al tetto
o ancor peggio a quest’ora è qua, sotto al davanzale,
come una trivella appollaiata a testa sotto, come un pipistrello
assetato che mira alla falena. Ma sul momento schiuma
in me un’altra onda più fragorosa e fonda, ben
più intenso è il disgusto che mi dà,
come olezzo di un vapore incensatore all’esequie di creature
che so bene appartenere a un altro mondo. Nel cavo del
petto si aggruma il senso di un conato, allorché
sospetto che forse AnemoNero non c’è,
là fuori in agguato, di là del vetro, né
stanotte mi ha insidiato. Né stanotte né
mai prima – mi contorco in un sussulto – e forzandomi
a pensare che il reflusso più graffiante è
di un pesce grosso divorato con la lisca, ecco che trabocca,
dalla mia bocca, l’universo.