Quella
virgola, in definitiva, con una forza smisuratamente più
grande di quella posseduta da un punto (quale segno d’interpunzione)
suggerisce al lettore che è possibile effettuare
ulteriori indagini che, in assenza di quella stessa virgola,
sarebbero state inevitabilmente connotate dalla ridondanza
del ricordo: il racconto finisce col punto, per cui ho ben
poco da indugiare (ed indagare) oltre; la mia eventuale
ricerca di ulteriori ambiti interpretativi è sorretta
dal ricordo di ciò che ho letto fino a quel punto
e si muove esclusivamente per la forza di inerzia evocativa
di cui quel ricordo è portatore.
Stando così le cose, arriviamo alla conclusione che
la virgola di Puff!
e l’onomatopea non è surreale: anzi, probabilmente
rappresenta l’elemento di maggiore verosimiglianza e concretezza
di tutto il racconto.
Mi spiego: se attraverso Sali
in macchina a dirmi avessi inteso esercitare artificiosamente
la mia vocazione letteraria (o, in virtù di quello
stesso surrealismo, antiletteraria), se quindi il mio intento
principale fosse stato uno sperimentalismo letterario, fine
a se stesso e per ciò stesso insignificante e relativamente
inutile, se il mio unico scopo fosse stato quello di trasgredire
le convenzioni letterarie e di lingua, avrei potuto, per
esempio, iniziare il lavoro con Stop
e concluderlo con la virgola di Puff!
e l’onomatopea. Oppure, avrei potuto concludere
Stop
con una virgola, marcando ancora di più la dissociazione
concettuale già ben definita dallo stridore tra quel
titolo (Stop) e il contenuto cui quel titolo si
riferisce (contenuto connotato sostanzialmente dall’apertura
verso l’angolo).
Continuando, avrei potuto escogitare infiniti altri modi
di esplorare surrealisticamente i diversi piani di realtà
trattati nel libro. Per fare un esempio, ho lasciato gocciolare
deliberatamente gli ultimi millilitri di vino che stavo
bevendo – ricordo distintamente che si trattava di un discreto
Nero d’Avola (Tancredi – Contessa Entellina, vendemmia
2001) sui fogli manoscritti di un racconto: un gesto potenzialmente
connotante (ed evocativo), se nelle pagine così bagnate
si descrivono i cieli vinosi dei mari d’Ossian. Surrealismo,
quindi? Per qualcuno, magari. Ma per altri ciò potrebbe
costituire una normale e squisitamente ordinaria rappresentazione
della realtà razionale: quel vino è stato
versato accidentalmente.
Eccoci dunque al punto: cosa è surreale per me?
I moscerini di Grandi
manovre (Campus), diligentemente allineati e coperti
nei loro singolari plotoni, pur con le dovute correzioni,
per me sono reali.
Meteora che precipita sulla Terra, cortocircuitando
il protagonista/antagonista di Rovinosa
mente e per effetto della cui possibile esistenza
egli rischia di smarrire la sintassi, è reale.
Il venditore di salsicciotti a 1000 lire l’uno che, nella
stesura originaria di Stop, bandiva la propria merce dietro
a quell’angolo, è reale.
La
Castellana, Michele
della miniera, Giuseppe
Maria Messina, così come le
mie due mani che dialogano, sono perfettamente
reali. Proprio come il Barone
Cupani e l’uovo trovato nel castello.
E allora, che cosa è surreale, per me?
La mia presenza su questa sedia, è surreale.
Salire ogni domenica sera alle otto e mezza su un pullman,
sedermi al posto n. 37 da quasi sette anni, chiudere gli
occhi e risvegliarmi immediatamente dopo, trascorso soltanto
un momento, a Roma: questo è meravigliosamente surreale.
La letteratura dei burocrati, per esempio, è fortemente
connotata da surrealismo. Poche cose infrangono i canoni
della verosimiglianza quanto le lettere che si scambiano
due alti dirigenti: il dire e il non dire, chiedere ma senza
lasciare intendere che si sta chiedendo: è veramente
arduo riuscire ad immaginare quante circonlocuzioni fantastiche
risiedano nel fondo delle lettere formali, elaborate secondo
i dettami del più rigido formalismo letterario, quante
sfumature ci siano consentite per esprimere a qualcuno,
secondo l’esigenza del caso, il nostro compiacimento piuttosto
che il nostro risentimento.