Giuseppe
Maria Messina, 46 anni, è scomparso.
«Esattamente, dottor Profundi: svanito. Ora, sebbene
le cronache si siano notevolmente interessate al caso
Messina, è vero, dedicando qua e là occhielli
e cornici e commenti, io credo» (a questo punto
l’inflessione di Marzia Amoroso in Messina facendosi sottilmente
insinuante), «egregio dottore, credo che la questione
esiga un approfondimento, una più attenta analisi,
ecco.»
«Vale a dire, signora?» trasalì il
luminare, scostando dalle labbra la tazza fumante.
«Vede, dottore, e mi perdoni se trascuro i preamboli,
io sono convinta che... insomma, saprà cos’è
successo; cos’è successo realmente, intendo. Dico
io: ha seguito mio marito per oltre sei mesi, no? Com’è
possibile che proprio lei non sappia?»
«In effetti, signora, qualcosa io so.»
«E allora, perché ha taciuto?» Da qui,
l’anziano oncologo trascinò il tempo nella pausa
di silenzio più lunga mai intervenuta nella storia
universale dei dialoghi. Durante l’inestimabile lasso,
Marzia Amoroso, con le bellissime dita incrociate al bordo
d’un tavolino del Caffè Consorti, regredì
nei percorsi della propria adolescenza, tutti tappezzati
di girasoli torpidi e pennichelle fra le campanule, all’ombra
dei gelsi; pensò a Giuseppe Maria e al primo suo
profilo, il loro matrimonio, d’autunno. Ecco, ecco ora
una bambola senz’occhi posseduta chissà quando,
e chissà poi dove, gli occhi; e i colori primari
forse, un poco. Ricordi. (Durante quella stessa pausa,
donne dalla bellezza disarmante, che a vederle vestite
per strada coi cani al guinzaglio t’ispirano distanze
impercorribili, nude stanno facendo l’amore in camere
d’albergo. In Via Margutta un pittore vende il quadro.
Parcheggiata da qualche parte, lontano, una vecchia “500”
perde olio dalla coppa: plic!). Plic! nuovamente,
e Profundi parlò.
«Il governo.»
«Come?» sobbalzò la donna (altrove,
intanto, orgasmi, l’affare, plic!).
«Il bene comune, la pace pubblica. Roma fermenta
al solo sentir pronunciare “Messina”, signora mia. Pochi,
pochissimi sanno che cosa è veramente accaduto
a vostro marito il quale – mi consenta – non esito a definire
naïf. Un mio sottosegretario ed altri tre
fidatissimi collaboratori conoscono la verità:
soltanto noi cinque, dunque. Oggi, lei capisce, è
fin troppo semplice sparire: la malattia, il suicidio,
l’incidente, il sequestro, la fine naturale; in un modo
o nell’altro così noi svaniamo, più o meno
immediatamente, a causa di un processo decisionale, o
attendendo comodamente che il corso si compia. »
(Plic! Dissanguate cavità meccaniche. Gli occhi
sgranati, un gatto che passa di là si volta di
scatto). « Più o meno immediatamente,
dico, ma quando il fatto ultimo avviene, perdio, avviene
e basta; voglio dire, tutto in unica soluzione, senza
dilazioni. E no, troppo comune! Giuseppe Messina ha dovuto
per forza sbalordire. Lei sa perfettamente a cosa mi riferisco,
vero? Altrimenti non avrebbe insistito tanto per quest’incontro.»
«Mi ha tenuto nascosto il primo stadio, fin quando
ha potuto. Una mattina, poi, mi accorsi che gli mancava
il naso: allora m’ha detto tutto.»
«Le ha parlato di come ha avuto inizio? Il medio,
le ha raccontato del dito medio, di quando si accorse
della prima sparizione?»
«Sì. È successo di notte.»
«Ecco. A detta di vostro marito, quella notte ha
avvertito una sorta di pulsazione solleticante, lieve
ma insistente, al medio della mano sinistra. Nulla di
strano, avrà pensato, ma la mattina il dito non
c’era più: assorbito, dissolto, imploso senza sporcare.
Io le confesso che ho stentato a crederci, sebbene avessi
immediatamente notato la atipicità della cicatrice,
sa com’è, noi vecchi si pensa alle nuove tecniche...
Va bene. Ora, il dato controverso consiste nella soddisfazione
crescente che ha accompagnato le mutilazioni: piacere,
l’ha definito lui, un piacere vorticoso, entusiasmante,
come se ne valesse veramente la pena, in fin dei conti,
assistere alla propria macellazione pezzo dopo pezzo.
Lei ben intende quali ripercussioni potrebbe avere la
vicenda, se diffusa, sugli equilibri sociali; se la chiave
dell’orgasmo di sparire lentamente divenisse di pubblico
dominio… destabilizzazione, mia cara, vorrebbe dire solo
questo. Destabilizzazione.»
«Guardi là» l’interruppe la donna.
Sull’opposto marciapiede, proprio davanti la drogheria,
Salvatore Violo, Giosuè Temerio e Maurizio Vita
scendono da una vecchia Fiat. Tre cari amici dello scomparso,
quelli che come lui sapevano quanto ne è passato
e quanto ne resta, di tempo, a pochi giorni dal fatto
portano in giro tra i palazzi le loro facce sorridenti
e vive (durante il tragitto, ai semafori, tre zingari
in un traffico di mille moti di gambe nude sforbicianti
siamo, e guarda che bella la vita che corre sulle vetrine
e noi qua che passiamo a tremila fumandocela tutta, bevendocela
tutta, neanche una parola per Giuseppe Maria che manco
oggi è venuto, a romper le palle con l’effe-emme,
i finestrini, le sigarette, le bestemmie e le censure).
«Li vede quelli là? Erano amici di Giuseppe.
Li guardi: come se nulla fosse.»
«Va bene, signora, ma non per questo…»
«No, no… è che anch’io mi sento strana. La
prego, non mi fraintenda, è solo che… non so, è
come se certe volte, per ricordare, io debba sforzarmi…
un dovere, dottore, un dovere.»
«Ah, cara mia, lo vede che non è poi così
complicato far finta di niente? Piano piano…»
«Ma non avrà sofferto? Sì, voglio
dire, dottore, macellato…» (mamma mia che bell’espressione
hanno ora gli occhi di Marzia: le sopracciglia s’inarcano
a disegnare la faccia pubescente del vizio. Se non fosse
così vecchio… ma quale vecchio! Si potrebbe andare
su e giù fischiettando come sta facendo qualcuno
là fuori, al sole che squaglia i palazzi. Si potrebbe
ancora tanto peccare, caro mio).
«Sofferto! Via, non esageriamo. Gliel’ho detto che
gli è piaciuto. L’ha voluto, Marzia: l’ha voluto
lui. Pensi che strana, la vita, uno che si vede dissolvere
giorno dopo giorno, senza neppure sapere a quale brano
di sé domani dovrà dire adieu, e non si
fa problemi. Gode, pure.»
«Dottore…»
«No, è che se ci penso… ma dico io, si può
essere così egoisti? Non ha pensato a lei suo marito?
Che l’avrebbe lasciata sola?» (i tre amici risalgono
in macchina, parlando tra loro, e coi finestrini abbassati
se ne vanno fischiettando. Al tavolo, sei sette mozziconi
nel portacenere, le palpebre di Marzia distesissime, morbide:
oltre i peccaminosi lembi, l’invito? La fortuna? L’olocausto?).
«Glielo dico io – continuò l’incalzante vecchietto
– non ci ha pensato minimamente. Diceva, ma pensi che
roba, diceva che aveva perfino imparato a “sentire” l’implosione,
il solletico che s’avvicinava s’avvicinava fino a quando
puff! via un altro pezzo. E le teorie che s’inventava!
Era come se, quando una ulteriore porzione del suo corpo
svaniva – mettiamo un piede fino alla caviglia – la percentuale
di se stesso che in quel piede risiedeva si trasferisse,
su per la gamba, nel corpo residuo. Osmosi misteriosa,
e così per tutti gli annullamenti che l’hanno poi
ridotto… oh be’, lo sa…»
«Sì, un sedere.»
«Ma diamine, quale modello per tanta stravaganza?
Il sedere, solo il sedere è rimasto, e proprio
nel mio studio, poi. Non avremmo certo potuto immaginare
che dalla vita in su, per quello che ormai ne rimaneva,
sì, insomma, il tronco e la testa, sarebbe svanito
tutto in un colpo. Mediamente i pezzi erano sempre stati
piccoli, e invece puff! solo il culo! Oh, perdoni…»
Silenzio. La donna sbadigliò, soltanto.
«Quindi vostro marito era alfine tutto là
concentrato, nei tessuti del suo stesso sedere tondo tondo
seduto per terra. Se è vero ciò che ha detto,
che aveva scoperto il meccanismo al punto da prevederne
il decorso, allora avrà senz’altro sentito arrivare
l’ultima sparizione: non è stato un caso che il
sedere abbia defecato sul mio pavimento, prima di assorbirsi
definitivamente sotto i miei occhi. E sarà stato
forse a causa della suggestione che certi fatti producono
negli uomini di scienza, ma le assicuro che quei cento
centocinquanta grammi di vostro marito là per terra,
è come se anche in quella massa estrema lui si
fosse trasferito nella sua interezza, avendo poco prima
avvertito che il sedere stava per andarsene. E ho avuto
la sensazione pazzesca che non fosse mai stato bene come
in quel momento, là, sul pavimento. Lei capisce
certamente come tutta questa faccenda sia priva di senso.
È surrealismo, questo, non fa per noi. Le dirò
di più: sono convinto che non sia nemmeno accaduto.
È troppo sconclusionato, via, come una storia che
finisce con la virgola, le pare?»
Abbassando lentamente le palpebre, Marzia fece segno di
sì.
«Anzi – scattò in piedi Profundi con le articolazioni
d’un ventenne – sa cosa le dico? Andiamocene, usciamo
da qui. Guardi che splendido pomeriggio. Una passeggiata,
ecco quel che ci vuole: una bella passeggiata»,