«Qui
giace Meteora.
Precipitata per errore sulla Terra
e schizzata via prematuramente.
Zefiro ne ha soffiato via le ceneri,
sparse ora nell’obliosfera terrestre.»
Vasili
Rovinosamente,
Meteora, quella notte io e te precipitammo sul
pianeta disabitato, su emisferi opposti.
Ora io vivo sulla Terra, sulla tua stessa Terra. E su
questa Terra stanotte c’è un solo dominio: il tuo.
Stanotte a te, lontana, appartengono i miei neuroni più
sani. Ma se non fossimo lontani s’intersecherebbero coordinate
a moltitudini, e ci perderemmo inesorabilmente. Inesorabilmente
ti perderei.
Ti confesso che ho paura di mettermi in cammino per venire
a cercarti e magari scoprire che esisti; ma la possibilità
che tu ci sia ancora – o già – mi dimensiona a
misura d’infante o di cane non del tutto svezzato.
Quale orbita stai disegnando adesso? Da quanti istanti
non mi sorvoli. Dall’interno mi laceri il giorno, che
si sfalda nell’attesa di trovare il coraggio del primo
passo.
Comunque, se nel frattempo ti capitasse di pensare d’esser
pronta, potresti venirmi incontro. Ma non rivelarti subito:
alla fine del lungo viaggio sorprendimi invece alle spalle,
e quando dal tuo orizzonte m’avrai puntato, brucia la
pista d’accelerazione e investimi spietatamente. Intanto
mi piace fantasticare sugli effetti della collisione e
penso: che inizio farei io? Riderei di te esanime, della
tua vita esplosa e delle tue orecchie insanguinate che
non potrebbero sentirmi, gridando «dov’è,
dov’è il testamento? E non guardarmi così!»
e subito dopo ti leccherei le ferite. Seppure incapace
di dare sollievo ai tuoi sensi, da un solo istante sazi
dell’aver banchettato coi miei (già ora il tuo
piatto ne sarà pieno), ti leccherei le ferite,
sì, perché hai sapore di notte densa. Perché
di te faccio provvista. Perché vorrei che mai guarissi.
Perché così posso berti la vita. Perché
sì.
Se addirittura già adesso sei pronta, mostrami
il forziere pieno di te. Consegna nelle mie mani la mappa
preziosa. Rivelami dove sei nascosta, ricchezza, di modo
che io possa spenderti fino all’ultimo centesimo o accumularti
e accumularti ancora.
Ma se invece già sai che mai sarai pronta, aroma
di guerra, rampicante notturno arrestati ora! Oltre il
pericardio che sfiori, c’è l’abisso. Io non ti
ho mai neppure lambita: i tuoi polsi sono intatti, i miei
arati. Se questa è la realtà, liberati dal
pensiero di me e restituiscimi il mio baricentro, perché
in quel caso io smembratodilaniatosquartatoliquefattocondannatocompresso-
svisceratoesplosomutilatolobotomizzatoschiacciatodisintegratofolgoratoatomizzatoincenerito-
sparsovivo avrei assoluta necessità di essere assassinato.
Fallo adesso, ora che sono fermo nel mezzo del mio mezzo
Mondo, pronto a prenderti tanto quanto a perderti. Fallo
subito. Ne ho bisogno, spietata incantatrice,
lontana vertigine, immobilizzante
allucinazione.
Un essere talmente affamato di vita altrui che divorare
l’intera Storia non lo sazierebbe, ora è inebriato
da un solo calice di vino nero. Ti odio. Come Giuda tradito.
Come ragnatela odia la grandine. Come dinosauro l’estinzione.
Come trapianto il rigetto. Come tu odi me, dea cannibale
che m’hai divorato in una sola notte. Mi hai divorato
in quella sola notte. Hai sconfitto un impero muovendo
a battaglia il solo pensiero di un unico soldatino che,
la notte precedente l’attacco, non dorme ma pensa.
Così
tu sei l’imboscata notturna, letale. Eppure, senza te
sono embrione, aborto, abominio. Dal confine venga un
segno inequivocabile: «tu sei vivo»,
vorrei vedere inciso sul fianco del vulcano a chiare lettere
di lava e fuoco, oppure saliamo sul Mazinga,
e suicidiamoci. Vorrei che tu non fossi mai nata, oppure
vorrei essere morto. Perché io so che mai guarirò
da te, Malattia. Mai più.
Mentre desidero che mi si svuoti la memoria, dall’orizzonte
lontanissimo un’ombra che s’allunga a dismisura giunge
fino ai miei piedi… Infine ti sei decisa, stai venendo
a prendermi. La proiezione facendosi sempre più
nitida, i contorni netti e definiti mentre t’approssimi,
ho però la sensazione che il tuo corpo stia svanendo,
senza ritorno. All’improvviso, dunque, l’inevitabile:
interrompo te, cortocircuitandomi, per essere ancora me,
solo. Perché la mia vita ha perso la sintassi.