Il
titolo sintetizza esaustivamente il contenuto dell’opera?
Direi di più. Nella fase dell’aspettativa, ossia
nell’assenza naturale di ciò che non è stato
percepito perché semplicemente ancora non giunto
ai nostri sensi, il titolo è una scelta obbligata,
seppure nella sua complessa semplicità (assumendo
qui la non titolazione come la forma più sublime,
universale, di titolazione). D’altro canto, lungo il lasso
percettivo della lettura, esso diviene rivelazione retroattivamente
spiazzante, l’estremo atto di benevolenza dell’autore:
è infatti costui a determinare, ab origine,
il grado di parsimonia con cui svelarne il senso.
Quale vettore letterario e simbolo narrativo particolare
dell’opera finita, il titolo rappresenta dunque la puntualizzazione
definitiva e necessaria del contenuto che esso propone.
Nella fase di rilettura concludente il titolo trasferisce
la nostra emotività al punto di partenza, alla
stessa semplice percezione iniziale: quel titolo. Condizione,
questa, che acquista maggiore evidenza nei casi non rari
di stravolgimento drammatico del contenuto presentato:
si tratta di quei titoli, cosiddetti “svianti”, che sebbene
forniscano corrispondenze concettuali più o meno
esplicite al contenuto, comportano in definitiva un ribaltamento
delle informazioni acquisite durante la lettura, rispetto
ai quali è quindi fortemente incisiva la funzione
retrospettiva (L’educazione sentimentale, Gustave
Flaubert, 1843-45).
Ma attenzione: non vi è complementarità
assoluta fra titolo e opera, semplicemente perché
l’uno è anche in assenza dell’altra, ma non viceversa.
Orbene, il titolo è in quanto tale, possedendo
quelle doti estrinseche presentative dell’opera
in funzione delle quali è detto “titolo”. A tal
proposito va semplicemente detto di come la valenza semantico-tematica
del titolo sia il più delle volte ridotta allo
spessore di mera finalità definitorio-collocativa
(Barnabo delle montagne, Dino Buzzati, 1933),
simbolico-evocativa (Giù la testa, Sergio
Leone, 1971) o semplicemente riassuntiva (The murders
in the Rue Morgue, Edgar Allan Poe, 1841), secondo
una più o meno corretta logica del mercato editoriale,
costituendo il titolo il primo fondamentale contatto con
il lettore.
D’altra parte, esso contiene in sé una infungibile
connotazione rappresentativa, relativamente scindibile
dall’opera presentata: allorquando tale esclusività
assurga a dote predominante, il titolo può senz’altro
essere definito “opera” a sé (Ed è subito
sera, Salvatore Quasimodo, 1942).
Ora, sebbene la forza auto-rappresentativa del titolo
in quanto opera sia strettamente correlata alla
sua finalità extra-presentativa in quanto titolo
(nella misura in cui il primo aspetto, per essere, necessita
dell’assolvimento della funzione di presentazione del
secondo), con la lettura del contenuto si verifica l’ineluttabile
separazione: da questo punto, il titolo è opera,
univocamente leggibile e senza ulteriore titolazione;
l’opera contenuta, senza quel titolo, è niente.
Un’opera difettosa.
E questa è una lettera d’amore.