«Commediografando
gliele strinsi quelle mani. E fu così che compresi
il vero senso della nostra dannazione. Che occhi i suoi
occhi sperduti. Di là, di là da me guardavano,
giusto al mio fianco. Ho sentito profumo di base di lancio,
tipo Cape Canaveral.
Disastrato rovinoso amore, amore spaziale, scellerato
amore. Il precipizio, amata, s’apre buio al mio domani.
Gioia mia, scelleratezza of my life, assolvimi.
Scrivi la frase che non mi darà pace, offrimi il
tuo utero giovine, scorda il prima e il poi. Toglimi dunque
il respiro, bonifica questa palude, sparecchiami il cuore.
Poi, l’unico giorno in cui ti sfuggirà di controllare
l’imbracatura, non s’aprirà il tuo bel paracadute
e precipiterai tra le mie mani di contadino e finalmente
anche io ti amerò. Ti amerò ininterrottamente.»
In una notte insospettabile mi conduci nel giardino ed
io, minimo uomo, mi perdo fra sconosciuti vitigni. Mi
deponi in questa serra di profumi che dovrebbero confondermi,
ma non ne sento uno, perché è forte la memoria
del tuo. Di magnolia e vento la tua pelle.
Ricordo come il vento portasse, a me bestiola, le radici
improvvise delle tue magnolie. Come il vento mi annunciasse
l’avanguardia tua, attraverso la mia giovinezza, arrestandomi
il vivere.
Ma ora? Le pallide foglie mi sfiorano, immobili, come
immobili foglie. Come pellicole. Altri profumi non sento
se non di ruggine e di rotaia, o di vecchio canestro intrecciato
e appassito. E di bel frutto lasciato per sazietà,
ho memoria? Che memoria ho della tua bocca? Che parla,
forse; che nomina frutti pescati e vertigini; che ruota
nell’aria come un nibbio sorridente, giungendo stordito
all’altissimo nido, chiudendosi sì sulle mie pene.
Amore, qua solo mi ormeggi; nel mezzo della rigogliosa
pietrosa rovina senza membra mi scopro a scavare nel passato
che non è mio soltanto. Amore vergognoso e teterrimo
e colorato, coi gradienti del crepuscolo ora ti amalgami,
ed eccoci qua noi due all’opposto, chissà dove
e chi sa se. Chissà se è il profumo di magnolia,
o di rotaia, che scompone l’anima mia.