«Solo.
Immemore. Cortometraggio di te stesso. Sintassi asfissiata.
Perché sei tu?»
(Narcotizzato)
«Perché sei così?»
(Straripante, tentacolare)
«Io sono autentica, cristallina nella mia opacità
e tu hai me stessa. Ma se ora non vuoi parlare, almeno
destabilizzami, scartami ancora, fammi sentire una stupida.
Io ti voglio. Come Vita vuole Morte…»
(Inevitabile?)
«Inevitabile. Il desiderio di te si sta espandendo
fino a coagularsi nel ventre; ho respirato il tuo dolore,
godendo... e ti puntellerei di parole, ti squarcerei la
vita… Perché te ne stai lì fermo, in silenzio?
Dammi dolore, più che puoi. La mia voluttà
si sta dimenando… scrivimi solo una parola, quale delle
possibili erezioni sperimenterai in mia assenza. Hai ragione
quando dici che sono una bambina, e ti sento così
grande, da potermi nascondere dentro di te. Io ci provo,
stanotte, ma tu insegnami a non avere paura di perderti,
perché è questa paura che paralizza le mie
mani, e quando ti guardo so di non avere scampo… Niente
ti può essere rubato. Tutto ciò che hai
è in te; ciò che è al di fuori, è
senza importanza. In ogni tua cellula, sei Idea. Ho bisogno
che tu sia mio. Ti sento come un gatto, come una bestia
da accarezzare. Che sarà mai?»
(L’autunno)
«Pensa ai miei fianchi, piuttosto, e pensa che m’hai
ipotecato la vita. E poi pensami ancora più che
puoi, come ti penso io, oppure indossa il tuo Canali
e andiamo a morire. Tutto ti voglio dare di me, fino ad
essere prosciugata. No, non è letteratura, è
l’amore oltre le normali aspettative, molto oltre. Mi
manca il vapore della tua bocca muta. E sono metropoli
in fiamme, solenne rovina che ispira te, unico superstite.»
(Sinfonia di clacson e di sirene; ubriaco, stordito,
cerco che cosa)
«Malgrado tu sia magistralmente costruito ed io
così dannatamente autentica, in te la mia demolizione.
Di te ho bisogno, che sei il mio fondamento. Ti divorerei
per tutta la notte, così domani avrei la bocca
più bella del mondo. E ti vorrei dentro sempre,
come organo vitale. Dormiamo insieme, nuoterei in un oceano
di veleno, e tu mi abbracceresti. Tutta la notte. Quando
scrivi riesci a farmi vedere le cose: è come se
avessi due memorie. Per questo, è per questo che
a volte sto zitta. Quelle lunghe lunghissime pause… in
quei momenti, con gli occhi sbarrati, sembro una malata,
lo so.»
(Le mie mani ti vogliono toccare la carne)
«Le mie bocche vogliono mangiare organi. Ci sono
un paio di statue superstiti sotto il tetto della Triennale,
ti vanno? Poi, sotto l’ampio arco, seconda porta a destra,
ci sono io, in posa plastica. Ho molta fame. Scrivi una
cosa cattiva.»
(Ti amo)
«Ti amo anch’io. E ora voglio che tu mi veda nuda,
e voglio essere guardata avidamente mentre parlo, mi muovo
e faccio cose. Nuda nudissima… Ma che cosa mi hai fatto…
Hai visto? …non ho più neanche un livido.»
(Mi dispiace)
«Dispiacerti? Perché?»
(Perché il viola ti dona)
«Anche ai morti.»
(Giorno
e notte, senza tregua)
«Senza misura.»
(Sto pensando alla tua bocca, al suo cavo infame)
«Lo senti anche tu? In questa stanza imperversa
la perdizione. Sono la Vergine Funerea, il picchio senza
il tronco, l’arco senza la freccia, cornea senza occhio,
ombra senza corpo, merendina al cioccolato senza bimbo,
lava senza vulcano, pus senza infezione, fiamma senza
candela, campana senza din, mina vagante senza deflagrazione,
fuso senza ago, morbidezza fusa senza sottiletta. Puttana
senza rimedio.»
(Conta le pecore)
«Sei autenticamente cattivo. Ora te la dico io una
cosa brutta: voglio un figlio da te, un bimbo mio e tuo.
Avrei bisogno di abbracciarti e di sentire il tuo odore.
Mi piace quando scrivi le cose. Per anni me le sono dette
io, allo specchio. Mi sento le budella lacerate, chissà
cosa mi stai facendo…»
(Ti sto amando)
«Lo senti il tifone, il magma primordiale, i buchi
neri allo stomaco, il flutto risucchiante? Anch’io ti
sto amando.»
(Sì, ti sento)
«Allora cercami dove non possa nascondermi. La mia
bara è accanto al tuo letto: guardami bene. Io
sogno l’immortalità del pensiero, dello sforzo
che compio, e piango. E mi faccio piccola per essere abbracciata.
Incompiuta, fuori dal tempo. Tu lontano. Vienimi vicino,
passami accanto ora, sfiorami i capelli.»
(Squilla il telefono: tu rispondi. L’amica ti parla,
o l’amico diventa amica per. Telefonata perfetta nel frangente
perfetto. Io di qua di là con gli arti lacerati
dal dubbio. Muscoli tesi fino allo spasmo. La vita che
corre dentro. Io nella galleria del vento. Macchina sterile.
Sono nella tua stanza, di nuovo)
«Ciò che non è controllabile è
affascinante, non credi bimbo? Sputo sangue, ma ti aspetto:
sarò punita per questo, e so bene che la punizione
può essere inflitta o concessa. Scrivimi un’altra
cosa, forse prima era un’allucinazione… o vuoi dubbi e
incertezze, aleatorietà, silenzi, il verme del
tormento, il terrore della perdita? Lo so… se solo riuscissi
ad essere più donna, tutto sarebbe più semplice.
Mi dispiace, veramente.»
(Straripamento. Macerazione. Spasmo. Tenerezza. Un’altra
sigaretta)
«Stai lavorando?»
(Sto progettando. Concretezza)
«Io…»
(Inquadramento)
«l’apparecchio con cura, la tavola: sarà
un concentrato di fastosità e prelibatezze e luccichii
abbaglianti, per te, maschio.»
(Hai il volto esangue, ti si contano le costole. Sono
a letto, inerte. Io dormo, tu tanto rimani con me tutta
la notte. Borse Asia in lieve progresso. Auto: GM tratta
per entrare in Fuji. Sidney: scontro treni, si aggrava
bilancio. Euro in picchiata sul dollaro)
«Vado a comprare un paio di calze nere.»
(Disciplina. Rigore, ordine, misura, impegno, dedizione,
coscienza, sacrificio. P.I.L.)
«Vorrei essere già vecchia, vicina alla morte.
Non mi è concesso di possedere niente nella mia
vita. Solo me stessa, quando ci sono. Ho bisogno di odori
forti. Di carne calda. Fai finta che io sia una cosa,
la tua Kawasaki, per esempio. Tua.»
(Dopo una folle corsa, fermarsi di colpo è
immobilizzante, e sarebbe ancora più folle. L’ubiquità
sarebbe la soluzione. Essere fermo, in un luogo, muoversi
in un altro. Belle le costruzioni mentali, tipo: l’amore,
la gelosia, gli inizi, le fini, i declini, il “non dolore”,
la “non gioia”, i cambi di stagione, il poker, i picchi,
le fatine)
«Fra noi c’è un dissesto molecolare…»
(un difetto neurale)
«che lotta con necessità e caso. Tutto ciò
che dico non ha consistenza.»
(Non c’è incanto, non c’è un dentro,
né un fuori)
«Il mio corpo di femmina è niente.»
(Niente è cambiato. Tutto è cambiato)
«È sempre troppo presto per guarire. È
necessario dimenticarsi a vicenda. Dimenticarsi del perché,
del dove, del quando. Buona notte, Caos.»
(Buona notte)