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"Sali in macchina a dirmi (venti cose brevi)"
 
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Un’immensa clessidra adagiata sull’Oceano Indiano sovrasta il mondo, ed innalzandosi fino a graffiare la galassia più distante, governa il tempo.
Io la vedo. Da due giorni e due notti osservo la forma attraverso una finestra del Petit Oasis: come il resto degli uomini del luogo, troppo impaurito per correre all’attracco ed attendere il battello per Mahanoro.
Martedì scorso, al risveglio, il cinese dell’hotel-emporio non era più in sé. Così squisitamente orientale la sera del mio arrivo a Nosy Varyka, che dopo cena aveva perfino insistito affinché mi intrattenessi a giocare a fanorona con lui e la figlia: mentre perdevo col padre, vincevo le resistenze negli sguardi della giovane malgascia che, a due passi da noi nella penombra, maliziosamente assumeva di scatto un’espressione annoiata e riverente, quando il suo vecchio le si rivolgeva enfatizzando la propria abilità nel disporre i pezzi sul tavoliere (mi ha battuto tre volte senza muoverne alcuno). Poi, quando finalmente era Vavy la mia avversaria, mi ritrovavo sconfitto su due fronti, perdendo sia la partita che la pazienza: a poco più di un centimetro dal mio timpano più sfortunato, il padre continuava a ripetermi, senza soluzione di continuità, che quello era un bellissimo esemplare di fanorona in palissandro, che finalmente dopo vari tentativi era riuscito a farselo cedere da un anziano rincitrullito che non aveva mai bene inteso il valore di quella rarità (oh, non-avrei-mai-potuto-immaginare quante e quali diplomatiche circonlocuzioni per giungere all’accordo), che era stato un vero affare che solo pochi uomini furbi come lui avrebbero saputo fiutare, che così li fanno solo i maestri di Ambositra.
Martedì mattina, invece, il cinese m’apparve come impazzito: mi investì con una esplosione confusa d’imprecazioni con troppe divinità e preghiere senza alcuna censura, unitamente ad una disquisizione nozionistica sull’arte d’intagliare la regina degli scacchi e a pesanti apprezzamenti su certi parenti, gestori del Bon Amis di Mananjary. Di lì a poco avrei capito: l’aveva vista, e ne aveva tratto la follia.
Sì, la clessidra. Nessun granello di sabbia al suo interno. Attraverso la strozzatura, uomini, vacche, elefanti, intere generazioni di popoli s’immolano alla tremenda scansione.
Contestualmente alla grandiosità di quella cosa, colgo la sproporzione del diametro dell’angusto filtro, talmente insignificante nelle dimensioni che agghiacciante m’appare l’espressione di chi l’attraversa. Occhi attoniti e corpi compressi, umiliati nell’atto dello scivolare dal cielo al mare, dal tempo che sarebbe rimasto a quello che fu… e poi, orrende mutilazioni nello scontro di zoccoli, lance, denti ed orologi da polso senza polso, oramai.
Da qui vedo membra, la cui pelle lentamente sfibrandosi s’apre, abbandonare i corpi ancora tanto, troppo sensibili al dolore; le bocche spalancate, mute per me, ed una amara visione di decadimento mi rapisce.
“Il nostro popolo amava talmente gli antenati da non sopportare l’idea di abbandonarli. Neppure nel momento della morte.
Le tombe, allora, non esistevano. La vera tomba era lo stomaco. Ognuno di noi portava l’antenato con sé. Così avveniva da sempre, fino a quando un re potente, vedendo il proprio figlio morire, rifiutò l’idea che il popolo si cibasse di carni regali. Allora ricorse a un trucco. Nascose il corpo del figlio e diede da mangiare a tutti carne di zebù.
È per questo che, ancora oggi, quando muore un uomo importante si sacrificano zebù. Ed è così che sono nate le tombe, nascondendo i morti in posti ben sigillati, nel buio che li separa dai vivi.”
(1)

 

(1) ELVIO ANNESE, Madagascar, CittàStudiEdizioni S.r.l., 1995

 

 
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