Stasera
mi decido finalmente a scrivervi dopo lunghe titubanze,
Sir Joe, poiché sarebbe delittuosa ogni ulteriore
finzione.
Ai corridori che abbandonano gli affanni della pista per
sedere in riva al fiume riconosco certamente un vantaggio:
i millisecondi di vita piena a disposizione di chi sosta
e si guarda intorno. Un’opzione invidiabile dai nostri
fiammeggianti rotori meccanici sempre al limite dei giri,
un corredo prezioso di cui, ahimè, sono sfornite
le fitte maglie metalliche che giorno e notte ci costringono
i corpi, per consegnare poi che cosa all’ambizione delle
gallerie, se non aride carcasse?
Voi, come me, agognante una nota a pie’ di pagina nella
Storia, laggiù, sul traguardo che non è
per tutti. Se anche noi ci fermassimo, sarebbe tracotante
aspirare anche soltanto al più basso gradino del
podio.
Stasera comunque ho deciso di rallentare per l’ultima
volta, per poi non guardarmi più indietro. Stasera
per l’ultima volta io sottraggo un momento alla mia ambizione
(voi conoscete il valore di un solo momento, in una gara
che ne dura due, fra centinaia di milioni di concorrenti),
per avvertirvi che state commettendo un errore. Sì,
caro amico mio, sospettando che io sia cambiato, abbia
in certo senso perduto la facoltà di riconoscere
l’ordine di priorità delle cose, fate torto a me
e a voi stesso. Grave torto al vostro intelletto umiliante
gli intelletti, nel momento in cui confonderete una mia
seppur bizzarra vacanza, un bivacco un miglio dietro a
quella montagna, con un viaggio senza ritorno. Farete
torto gravissimo a me, come al mio intelletto che ne sarebbe
umiliato, poiché la sola sconfitta che avrò
subito in questi ultimi anni sarà l’avere perduto
la vostra insostituibile amicizia.