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"Sali in macchina a dirmi (venti cose brevi)"
 
  Per l’ultima volta un cane, un pollo, il caso e la Luna.
Lettera ad una scrittrice.
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Magdalena? La complice inconsapevole di soluzioni potenziali.
Spirito sottilmente superbo e così elegantemente sincopato rispetto al tempo che respira, che ora io non so se davvero ne ho scorto il perimetro soffuso, una sera, a cavallo d’un raggio vettoriale. Brillante.
Ah! Se fossi poeta… se lo fossi, non dovrei temere alcun rimbrotto e sarebbe naturale la mia legittimazione a scrivere, in libertà: «Meteora: con le mie coordinate disegnerò per lei l’orbita più suggestiva, fluttuando sulla quale osserverà stupita pianeti in fiore e galassie in fiamme e me, quaggiù, a guardarla volare altissima sulla mia testa, lontana dagli occhi, attoniti da tanta magnificenza.»
Ma poeta io non sono, ed ecco che dalla prigione pseudo-formale ove il mio ego si sfibra, seppur temporaneamente esiliato, detona il desiderio di rivelare a lei, creatura diafana, almeno uno dei miei intimi riflessi: l’interazione tra caso ed impulso volitivo. Ciò fortemente io voglio, perché Magdalena è Letteratura.
Ora, la misura in cui la mia esistenza permea di relatività è estrema: «l’assoluto non esiste» dico, e già il fatto che sia io a dirlo, rende relative l’asserzione nonché la stessa ipotesi d’assoluto. E allora, nel contesto di un preciso accadimento bene allocato nello spazio e nel tempo, quali le percentuali relative di caso e volontà interagenti nella determinazione d’esso, e quale la formula esplicativa dell’inestricabile quantum? Quali porzioni della causa e del conseguente effetto sono attribuibili alla causalità (magnifica meccanica!) e quali alla tensione della volontà?
Ascolta: se intendessimo dimostrare che il pollo è più furbo del cane, non sarebbe sufficiente affermare che per uccidere un cane basta dargli da mangiare degli ossi di pollo, mentre se offriamo ossi di cane ad un pollo, questo le disdegna e pilucca altrove. È appunto il caso, qui il caso dell’evoluzione, a decidere gli incastri mosaici della facoltà e dell’handicap, confrontandoli con sapienza e senza pietà tra le varie specie. La mente pensante elabora le definizioni a incastro stagnanti all’interno di un cruciverba, trovando le formule letterarie coerenti che s’insinueranno poi tra le caselle nere preesistenti, già imposte ordinatamente dal caso. E Kandinskij scriveva «Punto. Linea. Superficie.»
Rientra ora in scena l’elemento stocastico, di rottura, rappresentativo di questo mio sistema che si sviluppa su variabili probabilistiche: il cultore dell’abigeato desideroso di variazioni sul tema, stufo della vacca e dell’asina, decide d’istinto di rubare il cane, nonché il pollo che sfilava là dappresso. Ma resosi poi conto della relativa inutilità espressa da un animale che, allontanato dal caro padrone, non renderebbe null’altro che fastidiosi guaiti notturni, e dell’altro essere, il cui collo è stato distrattamente spezzato nella violenza del ratto e le cui carni sono oramai prossime al fetore (a causa del lungo trasporto sul camioncino), resosi appunto conto di ciò, dicevo, il ladro di bestie spara in testa al cane e cede entrambe le carcasse ai vermi.
A questo punto della non-verità, sarà lecito indugiare sul profilo dinamico dell’interazione di caso e volontà, motore biunivoco della stessa vicenda? Sarà lecito chiedersi, Magdalena, a cosa sia servita al padrone tanta accortezza nel non aver mai dato da mangiare a – mettiamo – Fido i pericolosi ossi di pollo? E quale privilegio ha arrecato al pollo la sua furbizia potenzialmente e relativamente superiore a quella di Fido? Ora entrambi sono morti. Sono morti per mano del caso. Sono stati partoriti dal caso, così come casualmente io ho appena invertito la successione naturale del decesso e della nascita.
Ma è per caso che da questa riga io mi perdo nel pensiero d’un contatto notturno tra un raggio di luna e l’ombra da esso dissolta?

 

 
     
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