Magdalena?
La complice inconsapevole di soluzioni potenziali.
Spirito sottilmente superbo e così elegantemente
sincopato rispetto al tempo che respira, che ora io non
so se davvero ne ho scorto il perimetro soffuso, una sera,
a cavallo d’un raggio vettoriale. Brillante.
Ah! Se fossi poeta… se lo fossi, non dovrei temere alcun
rimbrotto e sarebbe naturale la mia legittimazione a scrivere,
in libertà: «Meteora: con le mie coordinate
disegnerò per lei l’orbita più suggestiva,
fluttuando sulla quale osserverà stupita pianeti
in fiore e galassie in fiamme e me, quaggiù, a
guardarla volare altissima sulla mia testa, lontana dagli
occhi, attoniti da tanta magnificenza.»
Ma poeta io non sono, ed ecco che dalla prigione pseudo-formale
ove il mio ego si sfibra, seppur temporaneamente esiliato,
detona il desiderio di rivelare a lei, creatura diafana,
almeno uno dei miei intimi riflessi: l’interazione tra
caso ed impulso volitivo. Ciò fortemente io voglio,
perché Magdalena è Letteratura.
Ora, la misura in cui la mia esistenza permea di relatività
è estrema: «l’assoluto non esiste»
dico, e già il fatto che sia io a dirlo, rende
relative l’asserzione nonché la stessa ipotesi
d’assoluto. E allora, nel contesto di un preciso accadimento
bene allocato nello spazio e nel tempo, quali le percentuali
relative di caso e volontà interagenti nella determinazione
d’esso, e quale la formula esplicativa dell’inestricabile
quantum? Quali porzioni della causa e del conseguente
effetto sono attribuibili alla causalità (magnifica
meccanica!) e quali alla tensione della volontà?
Ascolta: se intendessimo dimostrare che il pollo è
più furbo del cane, non sarebbe sufficiente affermare
che per uccidere un cane basta dargli da mangiare degli
ossi di pollo, mentre se offriamo ossi di cane ad un pollo,
questo le disdegna e pilucca altrove. È appunto
il caso, qui il caso dell’evoluzione, a decidere gli incastri
mosaici della facoltà e dell’handicap, confrontandoli
con sapienza e senza pietà tra le varie specie.
La mente pensante elabora le definizioni a incastro stagnanti
all’interno di un cruciverba, trovando le formule letterarie
coerenti che s’insinueranno poi tra le caselle nere preesistenti,
già imposte ordinatamente dal caso. E Kandinskij
scriveva «Punto. Linea. Superficie.»
Rientra ora in scena l’elemento stocastico, di rottura,
rappresentativo di questo mio sistema che si sviluppa
su variabili probabilistiche: il cultore dell’abigeato
desideroso di variazioni sul tema, stufo della vacca e
dell’asina, decide d’istinto di rubare il cane, nonché
il pollo che sfilava là dappresso. Ma resosi poi
conto della relativa inutilità espressa da un animale
che, allontanato dal caro padrone, non renderebbe null’altro
che fastidiosi guaiti notturni, e dell’altro essere, il
cui collo è stato distrattamente spezzato nella
violenza del ratto e le cui carni sono oramai prossime
al fetore (a causa del lungo trasporto sul camioncino),
resosi appunto conto di ciò, dicevo, il ladro di
bestie spara in testa al cane e cede entrambe le carcasse
ai vermi.
A questo punto della non-verità, sarà lecito
indugiare sul profilo dinamico dell’interazione di caso
e volontà, motore biunivoco della stessa vicenda?
Sarà lecito chiedersi, Magdalena, a cosa sia servita
al padrone tanta accortezza nel non aver mai dato da mangiare
a – mettiamo – Fido i pericolosi ossi di pollo? E quale
privilegio ha arrecato al pollo la sua furbizia potenzialmente
e relativamente superiore a quella di Fido? Ora entrambi
sono morti. Sono morti per mano del caso. Sono stati partoriti
dal caso, così come casualmente io ho appena invertito
la successione naturale del decesso e della nascita.
Ma è per caso che da questa riga io mi perdo nel
pensiero d’un contatto notturno tra un raggio di luna
e l’ombra da esso dissolta?