La
mattina d’un 13 di marzo, di ritorno da una lunga nottata
di scavi, Michele Chillemi vide un angolo di carta bianca
sporgere dalla cassetta per la posta. Sebbene nessuno
gli scrivesse oramai da qualche mese, senza curiosità
manifesta si mise la busta in tasca, liberò la
porta da quattro retrive mandate di ferro gracchiante
ed entrò in casa.
Vi è un riflesso della mano, che con certa licenza
potremmo definire incondizionato riferendoci alle mani
dei borghesi o anche di taluni proletari sine nobilitate,
il quale impone all’indice o al medio o a tutt’e due le
dita, secondo le abitudini, il contatto immediato con
l’interruttore una volta aperta la porta di casa. Bene,
di quel riflesso nelle mani del Chillemi non v’era più
traccia: i suoi occhi non avrebbero sopportato l’offesa
della più piccola lampada. Del resto, le persiane
a ventola tenute costantemente chiuse ed il fatto ch’egli
portasse scurissime lenti protettive bastavano a dimostrare
che la sua vista non era più adatta a queste nostre
luci abbacinanti. Durante il giorno comune a tutti gli
uomini di superficie, quindi, a colmar le sue camere oscure
soltanto visioni filtrate, offuscamenti innaturali che
rimbombando precipitavano nella memoria quarantaquattrenne,
col colore della grafite. E col colore della grafite,
talvolta, riaffioravano.
La pesantezza del turno imponeva al riposo d’iniziare
ogni mattina non più tardi delle nove, eccezionalmente
alle nove e mezza, dopo un pranzo-colazione che la signora
Giulietta, vedova del cavaliere Faranda nonché
solerte padrona di casa, era adusa a preparare la sera
prima con le sue minuscole mani di sarta. “Santa cristiana”
pensava il Chillemi svolgendo il fagottello. “Santa e
scaltrissima” borbottava poi, scoprendo tra due piatti
fondi le castagne e la fetta di torta, lussi cui avrebbe
senza difficoltà rinunciato e che di certo ulteriormente
rimpolpavano la rendita dell’anziana locatrice.
È però da dire che simili gentili attenzioni,
nonostante ricevessero il puntuale corrispettivo del Chillemi
a fine mese in cumulo con la pigione, in verità
erano a questi riservate in via esclusiva, dato che mai
la signora le aveva elargite ad alcuno dei numerosi affittuari
ch’ella vantava tra via Pitrè e Largo Malerba.
Neppure al maestro Guarino, venerando violoncellista da
anni stagnante nell’ascesi tra drappeggiati paramenti
cremisini alla Farinara (quartiere che accoglieva il più
bell’appartamento posseduto dai Faranda in città)
era stato mai concesso il beneficio di quei piacevolissimi
riguardi che tanto bene fanno alla salute. Neanche a costui,
quindi, che pure sborsava alla “paffuta speculatrice”
“una costola al mese”, come lo si sentiva spesso sbuffare
sotto i baffi bianchi. Se poi quel privilegio fosse da
intendere quale compenso per una malinconia sottile che
i lunghi silenzi del Chillemi ispiravano alla signora
e dalla quale questa traeva orgastica palpitazione, o
piuttosto per il temperamento gentile e dimesso di lui,
o ancora per il fatto che l’uomo vivesse in solitudine
proprio come la Faranda, è dato privo d’importanza.
Inutili digressioni fuorvianti, come dire cosucce di periferia.
Certo è che la vita di Michele Chillemi rivelava
le sue prime vibrazioni alle nove in punto di ogni sera,
quando il sole subacqueo era già d’altri ed egli
prendeva posto sul furgone, tra i compagni; vita che si
esauriva unicamente venti chilometri più lontano
e centoventi metri più sotto, nella miniera.
Nell’intestino tenue della montagna, Chillemi di notte
viveva con altri ventisette esperti scavatori. È
pur vero che, negli ultimi anni, soltanto i minatori con
cui si ritrovava al cunicolo ventiquattro alla mezzanotte
per la prima pausa, avevano avuto modo d’incontrare il
taciturno compagno di scavi senza le lenti, poiché
soltanto durante il lavoro egli rinunciava al filtro,
riponendo gli occhiali nel loro astuccio, nella tasca
della tuta.
«Don
Miche’!» (e la “e” ondulò a effetto fino
agli anditi del primo livello, dilatandosi spaventosamente
nei passaggi cavernosi); «allura, ‘un si mancia
stasira?» cantilenò sorridente Manlio
Arduini-Rivetti detto “’u picciriddu” visto che,
appena diciannovenne, era il più giovane tra i
minatori del terzo livello.
«Ora vengo» rispose il Chillemi, che frattanto
si era fermato all’ingresso dell’atra galleria, con una
busta in mano. Ce l’aveva nella tasca a toppa da quel
mattino e solo adesso, mettendo via le lenti, la sua mano
ne aveva incontrato la forma tra le pieghe impolverate;
«cominciate».
«Ah?» , si levò dal gruppo.
«’Ncuminciati. ’Ncuminciati chi staju vinennu.»
Intanto gli altri, sedutisi in cerchio, avevano preso
a mangiare, raccogliendo le rispettive razioni dall’incrocio
centrale di pane e scarponi.
Chi gli aveva scritto era la piccola Mariolina, figlia
di Salvatore La Spina. Il Chillemi, in dicembre si era
recato allo Studio Fotografico La Spina di via Mazzini,
per lo sviluppo di certe fotografie che ritraevano le
grotte, poiché alla miniera era venuta un’equipe
di mineralogisti francesi e s’era voluto documentare l’evento.
Quel giorno aveva conosciuto la figlioletta del fotografo,
una creaturina delicata che giocava coi treppiedi del
papà: seduta in terra, trasognata, nel mezzo di
una sbadigliarella Mariolina impennava i cavallucci, cercando
di farli stare in equilibrio su due delle tre stecche.
Già dal primo incontro, il savoir-faire
del Chillemi ben s’era coniugato con la bonarietà
del La Spina; per di più, le fotografie erano venute
bene (le aveva scattate Ciro Marengo, attempato minatore
appassionatissimo di foto e pittura che spesso immortalava
i progressi degli scavi alla miniera: questi aveva pregato
il Chillemi di portare i rollini allo studio del La Spina,
perché in quei giorni la nuora pativa il travaglio
e lui non avrebbe potuto badarci). Esse erano dunque piaciute
al fotografo, che si era pure complimentato.
«Qui la mano non m’è nuova» aveva commentato
il tecnico col mento fra le dita, osservando i risultati
degli scatti; ma Chillemi non si era scomposto, poiché
capiva che tacendo non avrebbe dovuto rinunciare al sottinteso
merito.
L’ammirazione dei chiaroscuri era dunque valsa da spunto
ulteriore affinché la cordialità del primo
«Buonasera» «Buonasera a voi»
risultasse cosa da non disperdere. Poi, sappiamo come
vanno queste cose, sono le solite alchimie: casualmente
ci s’incontra, si scoprono due tre gusti comuni, si litiga
per pagare un caffè e in mezz’ora se ne bevono
due ed ecco che di là parte una frequentazione.
Allora vengono le gentilezze reciproche, l’interesse discreto
per la varicella di Mariolina, un altro caffè magari
in casa dei La Spina, nel tardo pomeriggio, preparato
dalla signora Maria e servito coi savoiardi. Ed ecco qua
alfine l’amicizia, una saporita cortesia che nel futuro
potrà sopportare pure qualche indelicatezza.
Mariolina aveva subito preso in grande simpatia il Chillemi,
come di frequente avviene che i bambini si affezionino
particolarmente ad un conoscente piuttosto che a un altro,
a causa di certi misteriosi processi mentali propri dell’età
infantile. Arrossiscono e scappano via, i primi tempi,
e fanno moine quando ci si interessa di loro, per avvicinarsi
poi gradualmente, sempre più da presso, come per
studiare. Tra l’altro, la bambina era rimasta profondamente
affascinata dalle foto delle grotte, sebbene certamente
ne avesse già viste delle altre nello studio del
padre. Ma queste erano di Michele che la conosceva tutta,
la miniera, fino ai budelli che penetravano addentro l’ignoto.
Era, tra gli uomini che scavavano sottoterra, il più
bravo; chissà quanti scrigni preziosi aveva portato
alla luce in tanti anni di scavi, dissotterrando quali
favolosi segreti. Ed ora che lui era divenuto amico del
papà, durante le brevi visite della sera certamente
avrebbe approfondito i suoi racconti. Le peripezie sotterranee,
il salvataggio del Meneghini, la faccenda degli occhiali
e i misteri delle caverne; ma soprattutto i tesori sepolti,
gioie infinite, argomento tanto occulto che bisognava
parlarne sottovoce.
Sulla
busta, priva di francobollo, era scritto “per Michele
della miniera”, con una grafia a lettere grandi e
tonde, infantile ma non per questo priva di grazie, che
già precedeva contenuti affettuosi. Nel suo interno,
un bigliettino lo ringraziava per “la bellissima cartolina”:
il 27 di febbraio, infatti, Mariolina aveva compiuto sei
anni ed il Chillemi le aveva spedito una cartolina a forma
di locomotiva, tutta colorata di blu, pilotata da un topolino
che faceva gli auguri, “Buon compleanno”, diceva. La bambina
aveva poi aggiunto sul retro del biglietto, superficie
dedicata a maggiore riserbo, “Un bacio”.
Il Chillemi infilò il biglietto nella busta e senza
piegarla, la ripose in tasca. Più in là,
i minatori avevano quasi finito di rifocillarsi ed oziavano
un poco. A quest’ora Mariolina certamente dormiva, sognando
forse lo splendore dei tesori che laggiù, in realtà,
non c’erano mai stati. Solo polvere che il suo amico Michele
levava, arida nebula che s’alzava dal fosso, si depositava
in parte nelle tasche e scompariva mulinando negli abissi
notturni. Non c’erano forzieri meravigliosi nell’abbandono
dei giacimenti e non c’erano favole.
«Don Miche’!» chiamò qualcuno, sentendo
rumore di scavo.