Altrove,
assorto a sceneggiare il gusto di sorprenderti, che ripresa!
in fondo al corridoio mentre rincasi ti colpisco nel profondo,
cinicamente; ma senza poi doversene pentire, senza dolore
né rimorso, appunto amabilmente altrove, le lacrime.
Altrove, ma proprio dove né io né altri
conosciamo il tradimento, altrove dove neppure me ne rammento,
dove non so di che si tratta, ecco che là intavolerei
la tua disfatta, sul tuo letto nuziale, mentre l’uomo
è studente, lavorante invece, da me diverso, assente,
altrove appunto.
Altrove, quando sarai bambina, ipocondriaca, abile a mettere
e levare, mi macchierò del più terribile
degli incesti: da telegiornale.
E altrove, gioia mia, non adesso, perniciosamente per
te scrivo elegie e un requiem solenne, deformi figli amati
che attaccati al mio petto succhiano un decennio della
mia vita (il migliore) altrimenti blando in assenza di
quelle parole; ed infine compiute le opere, alla fine
pasciuti i miei pargoli, al tuo cospetto io le brucerò,
gorgogliante nel sangue la mia discendenza, senza fartene
scorgere una pagina, udire un lamento.
È altrove il mio disagio? Dove i flicorni della
sera squittiscono marce funeste? Nelle chiuse spelonche,
quelle che tutti sanno al di là delle montagne,
a ridosso delle risaie, o invece proprio accanto a me
sussurrano, in un angolo di questa camerata, dentro il
frigorifero, sotto quella piastrella? E il tuo silenzio
miserabile sai di che sa? Sa di gioia altrove (a levare),
di clausura sporca, di amplesso fatato, rupestre, paesano
(altrove, saporitamente).
Io sono nella stanza. Tu?