Alto
altissimo, usurario il tasso che quotidianamente verso
nelle casse dell’incanto. In termini di rapace schizofrenico
appollaiato sullo stomaco, intendo. Mi arpiona le budella,
ogni nuovo incanto, ed uno più dell’altro in me
penetra e s’impasta, nel ventre precipitando come bolo
di cemento scientemente realizzato, da me stesso manufatto.
E allora prepariamo il tremendo impasto, che tanto non
c’è scampo.
Per cominciare s’aggiunga alla propria vita, nella quantità
meno opportuna, tutta materia grave (come due sofisticati
strumenti periscopici sì ben piazzati sul mercato
ma col difetto, per errore di progetto, di una altissima
pressione interna, e perciò incapaci di soffrir
compressi nelle orbite inadeguate allora maledetti esplodono,
una sera, mille sguardi per mille traiettorie, e contro
una, qui in fondo all’anonimo locale, seduto al tavolo
con un bicchiere di quelli forti, io). Compiuto il primo
passo, è meccanico il prosieguo.
Con il bolo semilavorato in questa fase insistente nella
bocca dello stomaco, si percorra qualsiasi strada in qualsiasi
direzione, tanto fa lo stesso. Tutte le destinazioni possibili,
attraverso tutti i possibili tragitti, convergono infatti
in una campana di vetro blindato infrangibile antigraffio
antiriflesso, all’interno della quale andremo a trascorrere
una pausa di silenzioso isolamento ermetico.
Assumiamo che il periodo d’incubazione nella trasparente
cassa iperbarica, imprevedibilmente variabile da «non
resterò chiuso qua dentro ancora per molto!»
a «quanto tempo è passato da quando sono
entrato?» sia infine trascorso. Si esca quindi
da essa inevitabilmente provati, invecchiati forse, fatto
il pieno a ciò che doveva essere vuoto, svuotato
ciò che sarebbe stato meglio fosse pieno, per scoprire
che dentro o fuori è la stessa cosa. Lo stesso
silenzio, l’isolamento alienante, il telefono vibra non
squilla, non strilla la mamma sculaccia sculaccia, il
cane apre chiude la bocca non fa bau (probabilmente
sbadiglia), le pareti della casa di Barbie sono
percorse da un fremito sinistro le pareti di casa vibrano
oscillano le mura della città una ad una crollano
le mura del mondo rovinando sbuffano mute mutissime colonne
di polvere mi cementano gli occhi m’inondano gli interni
canali agglomerandosi con l’impasto che intanto inarrestabile
punta allo stomaco indisposto già ossidato dall’impossibilità
di fuggire, dal disagio che tutti sentiamo allorquando
si avverte che oramai è troppo tardi, impossibile
sottrarci alla rovina e ancora più sotto, addentro
le budella, sempre più in fondo a graffiare le
molli mucose doloranti, via il primo strato di carne (si
sente proprio lo squarcio che brucia di dentro), via la
fetta successiva ecco ecco ecco la fitta, un fico d’India
in bilico dentro al rene per lo spasmo rotola giù
veloce fino all’imbocco dell’uretere e a forza nel budellino
s’infila.
Se ora oziamo sdraiati, e la dolce risacca del sollievo
ci lambisce i piedi nudi, temiamo. Temiamo l’onda anomala;
auguriamoci di non scorgere là lontano, alzati
gli occhi all’orizzonte, il puntino nero che s’avvicina
s’avvicina, che cos’è? Il mostro marino ci risucchia
trascinandoci al largo per le gambe, nell’abisso. Temiamo
il naufrago che approda moribondo dietro quegli scogli:
con l’inganno ci chiede ristoro e di notte ci assassina.
Attenti al gorgo marino, allo squalo tremendo, al fondale
sabbioso alle pietre scivolose. Attenti alle alghe carnivore,
attenti alle meduse urticanti alle torpedini elettriche
al buio del mare profondo. Non trascuriamo le sirene,
gli anemoni, il sale il sole l’effetto del sale al sole,
i compagni d’ombrellone.
Trovare la morte dietro un cespuglio, quando il sole è
allo zenit, è triste. Fa caldo.