Signore
e signori, mi dispiace per voi, ma stasera succede che
piano piano da me esco e pieno pieno di me dico: andate
a farvi fottere. Sì, tutti, coi vostri pensieri
cretini, i dizionari smarriti, le insolenze (comprenderete,
se vi pare o gentili intervenuti, che lo scrittore ha
bisogno di un momento di solitudine, d’escludervi tutti,
condannandovi, perché ha da fare).
Sentiamo un po’… ecco qua. Tutti fuori, eliminati, scordati,
schifati finalmente. Ah no! Eccone un altro, là
in fondo, che sbuca da una curva e mi viene incontro con
la macchina. Ma chi è? Via! Via! Hai capito o no
che te ne devi andare?
Andato. Stavolta non c’è più anima viva.
Sicuro? Sì, nessuno. Bene bene bene. Allora: il
fatto è che devo chiedere perdono.
Incominciamo.
Perdonate innanzitutto se dal deserto lontano vi giungono
lettere d’amore, tipo
«Un
abbraccio…
un abbraccio?
Ma rispiratimi dd’aria,
taliatimi dd’u mari,
apritimi ‘a porta
chi staju turnannu ‘a casa.
Vi vogghju bbeni.»
Perdonate
se scrivo cose senza senso, tipo ygdste djjduew hgtrfdu
llk hsfret csderas lls tredfsrt.
Perdonate questo spazio vuoto .
Certamente avrò dimenticato qualcosa, ma voi perdonate
pure ciò che adesso mi sfugge.
Ecco
qua, signore e signori, ho finito. Potete rientrare, ma
in fretta, che ripartiamo.