Ora
conosco la causa del turbamento che da mesi ti sottrae
alla normalità. Abbandonato davanti al televisore
cui ho annullato audio e colore, vago nell’ombroso limbo
del ricordo, comodamente paralizzato sulla poltrona ancora
intrisa delle ultime tue bave di follia. Appena ieri le
mie perplessità sull’abito nuziale che tradiva
il candore classico per un paglierino pallido; il progetto
del nostro viaggio di nozze: da Trapani a Tunisi in nave
e poi attraversare l’Algeria sconsigliataci da tutte le
agenzie, giungendo in Marocco. La nostra prima alba a
Casablanca, ricordi? E quel miagolio sotto la scala antincendio
che ci suggerì di non tornare indietro, ma di risalire
in Europa per lo Stretto di Gibilterra e quindi la Spagna,
il Portogallo, l’iguana a 5.000 lire al chilo, la Francia,
le vie di Nizza e di nuovo l’Italia, dal Piemonte, per
percorrerla tutta d’un fiato fino a casa.
Appena ieri la passione cocente e le gelosie, la caccia
ai fantasmi; la prima videocamera, spettatrice connivente
del nostro improvvisarci attori e registi; le scenate
sul lungomare e la poesia di concepire nostro figlio in
una terra lontana dei cui profumi sarebbe rimasto impregnato
per sempre. La riconciliazione; il piacere di captare
lo stupore di quanti, per caso, si imbattevano nei nostri
sguardi al tavolo de L’Hotel des Termes quando,
senza respiro perduti, impiegavamo ore per bere due dita
di Lanzan’i Betsileo. Appena ieri, tutto ciò,
e sono passati diciott’anni e tu, Anne, non sei più
la stessa. Per il tuo bene ho lottato e dal tuo male siamo
stati sconfitti.
Anne, io so cosa ha annientato la tua bellezza, cosa ti
ha resa un’estranea al mondo e a me.
Dentro una piccola ed umida stanza dall’intonaco bruno,
un pesante tavolo d’ebano e sedie per quattro. Ad ogni
angolo che le pareti formano col soffitto basso, una lampada
elettrica da cui sgorga luce ocra appannante, come crema
negli occhi. Seduti, quattro eleganti giocatori di poker
ed un bicchiere di Jack Daniel’s alla sinistra
d’ognuno. Ai piedi del tavolo, la bottiglia vuota.
Tre, con le carte in mano, attendono in silenzio la parola
del quarto, all’ombra d’una candela che erutta in mezzo
alla posta mutando i volti di quelli in visioni di spettri.
Allora accosto la porta d’eternit e notando che nessuno
dei tre in attesa ha distolto lo sguardo dal quarto, i
cui occhi sono fissi sulle proprie carte, mi fermo alle
spalle del giocatore seduto immediatamente davanti a me
e vedo che in mano ha un tris di dieci, asso e nove di
cuori. Mi sposto verso il secondo a sinistra, quello di
cui s’attende la parola: dieci, jack, qu e cappa di picche,
con l’ultima carta da spizzicare. Immerso nel silenzio
più profondo, altri due passi e scorgo l’altro
punto, una doppia coppia di assi e nove, mentre l’ultimo
sta veramente bene, con tre sette e due jack.
Attendo. Dopo due ore nulla è cambiato dell’espressione
dei quattro, la cui muta pazienza m’innervosì a
tal punto da farmi decidere di non indugiare oltre e andare
via.
Dopo quel pomeriggio, tornai dai giocatori il giorno dopo
e da allora ogni pomeriggio per due mesi, annullando qualsiasi
impegno avesse potuto impedirmi di soddisfare la mia curiosità,
oramai interamente orientata all’acquisizione di una pur
minima mutazione di quello stallo. Ma niente si modificava:
il punto in mano, le espressioni, il livello d’apertura
di quella quinta carta la cui superficie continuava a
concedermi soltanto l’angolo bianco. Ogni cosa era ferma,
compresa la quantità di whisky nei bicchieri: uno
zero assoluto in cui ogni molecola è impantanata
ed una scossa è speranza perduta.
Se non t’avessi confessato il mio delirio, adesso non
giaceremmo moribondi in celle separate. Io ho causato
il decadimento vorticoso della ragione e del suo futile
sarcofago, portandoti con me nella stanza del poker.
Ma
quando l’ultima volta mi sentii beffeggiato dalla stasi
maledetta, non mi riuscì di reprimere l’istinto
e furente aggredii il giocatore col punto incompleto.
Ricordi come lo strattonai, fendendo l’immobilità
molecolare che ancora governava quel buco nero? E tu,
delicata sventura, sorridendo mi accarezzasti dolcemente
il viso per calmarmi, e ti chinasti a raccogliere le carte
cadutegli di mano.
Mi perseguita fin qui il ricordo di te che t’accovacci,
l’orlo della tua gonna di lino bianco che sfiora il pavimento
catturandone le polveri e la tua espressione innocente
mentre, sistemando le carte, le guardi prima di porgerle.
Ma ora che il ciclo è compiuto e la nostra miseria
di carne s’assorbe e coagula, trovo nel finale anelito
il coraggio della sentenza: Anne, noi stiamo svanendo
e con noi le cellule amiche, fuochi fatui destinati ad
esser sempre ciò che fummo e siamo ed a finire
così, nel veleno. Il veleno che interviene opportuno
a cancellare le mie dissolutezze e la tua coerenza, le
mie colpe così come la tua vita, la mia ultima
inutile lotta contro la tua cannibale pazzia, il nostro
inevitabile declino comatoso per avere tu visto la quinta
carta.