Il
pensiero che s’inarca, trascendendo la linearità,
è il pensar che m’appartiene: il mio pensare naturale,
contro la presunzione universale che vorrebbe non contorta
l’idea pura.
Immagina un corridoio rettilineo diviso in due, nel verso
della lunghezza, da una retta passante per il suo centro;
all’estremità iniziale del corridoio ipotizza un
punto solo, sospeso nello spazio, giacente sulla retta
(non consideriamo le combinazioni percentuali di luce
ed ombra che, nelle infinite possibilità ambientali,
parrebbero attribuire al nostro plastico mentale connotazioni
tendenti ora al romanticismo, ora alla lividezza lucifuga,
o a quant’altro sia eventualmente riferibile ad ogni gradazione
ed angolo di provenienza luminosa). Ora, per attraversare
il corridoio, le modalità si sviluppano entro due
estremi: il punto si sposterà seguendo la linea
retta (estremo teoretico) o progressivamente
s’allontanerà dalla direttrice, stabilendo un numero
n di contatti con la superficie delle pareti, prima di
raggiungere un qualsiasi stadio intermedio del passaggio
(estremo pratico). È altresì apprezzabile
l’incidenza di altra variabile: la possibilità
di fluttuazione del valore spazio-temporale della mia
anamnesi, rappresentabile come oscillazione della retta
nel senso di un allontanamento dal centro dello spazio
considerato.
Le barriere rappresentate dalla fredda sussistenza geometrica
di pareti, pavimento ed un ipotizzabile soffitto, sono
ostacoli meramente virtuali: proiezioni olografiche la
cui facilità d’attraversamento è direttamente
proporzionale al grado di circonflessione del pensiero.
Del pari, in ossequio alla incoerenza che la contraddistingue,
l’idea rettilinea sconosce il concetto di retta: solo
allontanandosi dall’area di appartenenza all’estremo teoretico
(contestualmente alla quale vige il dovere di genuflessione
ai segmenti) il pensiero oltrepassa i diaframmi pellucidi
ed approda – con graduale acquisizione di coscienza relativa
alla nuova posizione – al fremito il cui espandersi retto
non è, ma che della retta si serve come sostrato
concettuale, di essa ripetendo e rinnovando l’infinità
delle distanze percorribili.
Le relative positività o negatività degli
effetti dei contatti con le pareti medesime (considerazioni
risultanti da orientamenti concettuali precostituiti –
con obiettività sindacabile – dal pensare comune,
fallace in quanto tale), sono particolari irrilevanti
al cui pensiero non trattengo il sorriso: in un momento
ed in uno spazio, il punto potrebbe consistere in un organo
sessuale, la superficie delle pareti in una distesa compatta
di carnosi organi sessuali di genere contrario; ancora,
il punto d’ovatta e le pareti di barba da tre giorni non
rasata. In ogni caso, si tratta di contatti che sottintendono
frangenti d’espressione vitale, esperienze che quantitativamente
s’accumulano, mentre la funzione del risultato di qualità
finale è generata da un amalgama, un calderone
fumante in cui interagiscono i momenti di contatto (in
tutte le loro direzioni d’effetto) ed i momenti – più
o meno protratti nel tempo – di moto rettilineo uniforme.
È vero che la ripetitività dei contatti,
qualora questa soggiacesse al governo di un’eccessiva
cadenza, condurrebbe ad uno stadio degenerativo produttivo
di relativa insensibilità al rimbalzo. Così
com’è vero il contrario: tutto è dunque
vero, quando tale tutto sia inscrittibile in un estremo.
Hai mai osservato il disporsi caotico delle verdure sul
pelo dell’acqua del minestrone? Converrai sul fatto che
sia arduo riconoscere una rispondenza della sistemazione
– seppur geometrica – dei frammenti vegetali ad uno schema
organizzativo ripetibile secondo medesime modalità
genetiche. D’altronde, ritengo che la regia della rappresentazione
non sia di diritto attribuibile, per intero, al caso:
la facoltà di decidere consapevolmente la propria
direzione comportamentale in vista dello scopo è
presente, se non altro nel frangente in cui storicamente
s’innesta la scelta generatrice del caos. Infatti, avrei
potuto decidere di friggere una o più triglie anziché
cucinare il minestrone (abbattendo quindi la possibilità
di esistenza del disordine in analisi, non consentendogli
d’iniziare ad essere), ma quale dei due lati d’essa (se
una) avrebbe toccato per primo la superficie della padella?
E quante altre combinazioni se a riempire la padella ci
fosse stato un intero banco di triglie? Poiché
la libertà del volere implica la facoltà
di preferire una decisione possibile ad altre anch’esse
possibili, avrei potuto scegliere a priori quale
lato adagiare sul fondo, quanti pesci friggere e tra essi
quanti adagiare su un lato e quanti sull’altro, ma neanche
in tali ipotesi sarebbe esistita la certezza che le scelte
sarebbero state in effetti realizzate – nella loro interezza
– da un pensiero risultante da impulso volitivo puro,
ossia privo di qualsiasi connotazione d’aggancio casuale.
Ora, l’essenza del circolo vizioso in cui il caso e la
volontà ambiguamente con leggerezza volteggiano,
altro non esprime che l’intimo contenuto dell’interazione
tra contatti empirici e linearità della virtù
cogitativa.
Ma può darsi che l’esperienza, per la sua particolare
configurazione in una determinata allocazione spaziale
e temporale (ed in virtù della sua non passività)
necessiti di un approccio cogitativo che si dispieghi
con modalità tendenzialmente lineari: in tale ipotesi,
un pensiero eccessivamente circonflesso escluderebbe la
possibilità del contatto. Quando le cose sono intelligibili
per vie traverse, l’idea arcuata diviene la negazione
di se stessa: una sorta di antipensiero formalistico che
si ostina ad evitare il contatto più naturale e
la cui esistenza trasforma le pareti – in condizioni di
normalità rappresentanti la curiosità di
base – in aree di curiosità esplorativa, gerarchicamente
più elevata.