Spett.le
Redazione,
mi
chiamo Antonio Giuseppe Valenti.
Siciliano, oggi a trentatré anni finalmente posseggo
la certezza di volere dire una cosa, anche breve.
E ciò devo fare, Ufficio senz’altro spettabile
nella realtà quanto ineluttabilmente incorporeo
nel mio ideale, tanto per indole, poiché dei miei
amori la scrittura è tra i più forti, quanto
per urgenza, perché sono anch’io narrazione di
poca durata, come i miei racconti.
Dunque, questa cosa va sì detta oggi e non oltre;
e va sostenuta con un più alto tono di voce rispetto
a quello finora adottato, non bastando più il giudizio
della madre insegnante, né quello di un’amante.
Mi è perciò necessario abbandonare le mie
parole nelle mani di codesto Consesso, giustamente a me
ignoto, affinché esse siano lette, martoriate col
giudizio, eventualmente. Comunque vada, sono certo che
quelle parole verranno coinvolte in una prova obiettiva
e finalmente ad armi pari, semplicemente perché
tra Voi e me, oggi reciprocamente sconosciuti, non c’è
amore.
Grazie.