entra nella PsychoLand, l'officina della molteplicità Acquedolci Independent Film Festival (AIFF) Home page PsychoWords PsychoCinema PsychoArts PsychoPhoto
Archivio
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio
 
2010
Presentato ad Acquedolci Come lacrime sulle coltri, il nuovo romanzo di Vittorio Rombolà
 
 
 

"Come lacrime sulle coltri" di Vittorio Rombolà

È stata presentata il 16 ottobre scorso, presso la Sala Consiliare del Comune di Acquedolci (ME), al cospetto di un attento pubblico, la prima tappa italiana del Come lacrime sulle Coltri in tour, iniziativa promozionale del nuovo romanzo di Vittorio Rombolà, scrittore, poeta e paroliere romano: un inno alla vita e alla speranza attraverso un racconto drammatico e profondamente poetico.

Oltre all’autore erano presenti l’Assessore alla Cultura Salvatore Zingales e l’Assessore al Turismo Calogero Carcione del Comune di Acquedolci, il Presidente della Pro Loco Acquedolcese Francesco Sciambarella - organizzatore e coordinatore dell’evento culturale - il Vice Presidente zonale dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC), d.ssa Giuseppina Germanò e lo scrittore iarumasami (aka Antonio Giuseppe Valenti).

Parte del ricavato della vendita del libro è stata devoluta a favore dell'A.I.R.C.

 

Di seguito la recensione di iarumasami (VisionArt Director della PsychoLand), che ha curato la presentazione critica del libro.

«Dopo il successo di Chi è la bestia?, romanzo/denuncia sulla cinomachia edito nel 2008 dalla casa editrice Pagine (in quell’occasione, in questo medesimo luogo, ho avuto modo di esternare una mia riflessione sull’estetica della crudeltà, mutuando in certa misura Kierkegaard per cui l’uomo come spettatore estetico è spinto a disinteressarsi della vita e della sofferenza dei suoi simili pur di godere uno spettacolo), ecco che Vittorio Rombolà torna ad Acquedolci con un romanzo imperniato sulla sofferenza: Come lacrime sulle coltri, romanzo crudamente realista, portatore di un messaggio preciso: non bisogna soccombere di fronte al male, ma occorre affrontarlo («La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili», sostiene William Seward Burroughs, scrittore e saggista statunitense).

Come lacrime sulle coltri è la storia del sofferto cammino di Enea Petrini (questo il nome del protagonista), un racconto appassionato e appassionante, traboccante di emozioni, doloroso, di amore, speranza ed insieme disillusione e, sopra tutto, di umanità. Certamente un inno alla vita. Come lacrime sulle coltri è un romanzo sulla vita. Uno scritto strutturato sull’oscillazione tra analessi (o retrospezione, la figura retorica che nel linguaggio cinematografico altro non è che il flashback) e prolessi (o flashforward).

Personalmente, sono duplicemente stimolato dall’introdurvi al testo di Rombolà, da un lato per la conoscenza ultradecennale che ho di Vittorio, e, nondimeno, per la circostanza singolare che io abbia ricevuto in lettura il libro nel preciso periodo in cui, dopo un lavoro/lavorìo che mi rapisce e corrode da oltre sette anni, mi accingevo ad elaborare Dante per Dante (farewell to watches), l’introduzione (che più che un’introduzione, è un “avvertimento”) alla mia prossima pubblicazione, Ravavindrano. Definisco la circostanza singolare in ragione del fatto che nel mio scritto affermo che «il concetto di essere – (in)significante esistenza (qual suo modo contingente di manifestarsi e fluire) / identità / predicazione – io riferendo ad altri parimenti indisponentimi, non ce n’è uno da cui accetti di farmi ingrassare». Quindi, in Dante per Dante esecro i concetti di ostacolo, tempo e trasformazione, arte, scopo e, per l’appunto, di morte».

Vittorio Rombolà, Francesco Sciambarella e iarumasami
Da sx, Vittorio Rombolà, Francesco Sciambarella e iarumasami

«Proprio sotto tale specifico aspetto mi trovo in convinto disaccordo con quanti definiscano la fine biologica – per quanto nel suo più estremamente traumatico realizzarsi – un evento innaturale, a meno che non si dichiari l’assunzione di tale posizione come effetto di un’impostazione fissamente cristiana dell’argomentare. Orbene, la morte del corpo fisico è l’essenza stessa della vita. La vita ha il suo senso nella morte. Non vi è, per chi vi parla, un fatto più naturale della morte. In tale ottica, rispetto al finire, è certamente più traumatica ed innaturale l’esperienza fattuale del venire al mondo. Ma attenzione: così come vita ed esistenza non si equivalgono, non si equivalgono necessariamente morte e sofferenza. La prospettiva della fine imminente e il dolore si assommano invece in Enea Petrini, che qui è veicolo di sofferenza.

Salvatore Natoli – accademico e filosofo pattese la lettura del cui pensiero devo ad uno “stimolatore” di nome Francesco Gusmano e che, tra l’altro, è propugnatore di un neopaganesimo, ossia di un’etica che riesca a fondare una felicità terrena nella consapevolezza dei limiti dell'uomo e del suo essere necessariamente un ente finito, in contrapposizione con la tradizione cristiana (vgs., in particolare, La salvezza senza fede) – riflette sul fatto che nella morte in qualche modo si è sempre soli, ma questo non è di per sé un danno. Se la rimozione della morte ammala la società di falso ottimismo, la morte privata, la sobrietà e il pudore danno alla morte una dignità forse più alta di un pubblico cordoglio, ritualizzato e senza amore. Ma la morte segreta può essere bella se non è abbandono. Per morire bene, bisogna morire per qualcuno, cioè è difficile, ma non impossibile. Morire per qualcuno significa consegnarsi a qualcuno, non lasciare un'eredità, ma potersi lasciare in eredità, essere accolti nella vita da altri e continuare a vivere in loro, nonostante la morte. Questo può essere un bel modo per morire.

Anche Heidegger, il grande filosofo contemporaneo, riflette sul fatto che nella morte il soggetto non è mai sostituibile. Cioè è proprio la morte l’unica occasione per un uomo in cui è egli il protagonista assoluto e non può essere sostituito da nessuno. Quindi nella morte il soggetto fa l’esperienza più propria, ossia della sua radicale unicità. È per forza della morte, dunque, che noi siamo unici.

Ritengo non superfluo aprire una brevissima parentesi sulle tre diverse posizioni assunte riguardo alla morte dalle più diffuse tradizioni religiose:
1) la morte come illusione (dunque la morte come non-problema. In tale posizione rientrano il monismo spiritualista delle religioni del contesto indù (Induismo e Buddismo) ed il monismo naturalista delle religioni estremo-orientali (Taoismo, Confucianesimo e Shintoismo). Poiché per il monismo l’individualità è un’illusione, è illusione anche la vita di ogni uomo. E se è illusione la vita di ogni uomo, allora diviene illusione anche la morte; ciò perché la morte è morte dell'individuo, anzi di quell'individuo così come storicamente è vissuto);
2) la seconda posizione è quella della morte come valore (in questa tipologia rientra l’Islam);
3) infine, la terza posizione, ossia la morte come questione, riguarda essenzialmente l’Ebraismo e il Cristianesimo. Secondo il pensiero ebraico e quello cristiano la morte – così come la sofferenza e la malattia – è contraria alla natura dell’uomo. Essa non era nel progetto originario di Dio, ma è scaturita dal peccato originale. Per questo, tanto l’ebreo quanto il cristiano possono temere la morte. Il Cristianesimo va oltre. Pur non giustificando fobie nei confronti della morte (che significherebbero mancanza di fede), ne legittima il timore.

Mi sono recentemente imbattuto in un’intervista rilasciata da Ermis Segatti, docente di Storia del Cristianesimo e di Teologie Extraeuropee presso la Facoltà Teologica di Torino: ebbene, il presbitero sostiene che esperienze quali il dolore, la sofferenza, la malattia, la nascita e la morte bussino alla porta dell’oltre da noi. Possiamo ragionevolmente supporre che in essi vi sia sempre qualche aspetto che ci mette di fronte all’al di là della nostra esperienza, di fronte alla causa frontale e finale della vita in quanto tale. S. Agostino, in proposito, suggerisce una eloquente immagine per esprimere l’atteggiamento di rispetto reverenziale (non di sgomento o di tabù) da assumere verso una simile soglia del nostro esistere: «Nulla – dice S. Agostino – così poco ci appartiene quanto la nostra vita». Per affermare che la dimensione più profonda della vita non è, in definitiva, descrivibile in termini di possesso, non è un segreto aperto a possibili scoperte future. La vita è un dato che ci precede nella sua prima origine, un dato che analogamente sfugge al nostro possesso nel suo esito finale. Il termine forse più adatto al rapporto con la vita è quello della responsabilità nei confronti del suo orientamento, ma non la padronanza assoluta sulla sua origine e sulla sua fine. Oppure silenzio e rispetto, accompagnamento, misericordia, pietà. Le spiritualità, molteplici e varie nel tempo, si concentrano intorno a questa responsabilità: la sofferenza e il dolore rappresentano certo un punto importante della loro proposta e in un certo senso anche il banco di prova della loro validità. Esse tentano in vari modi di predisporre il nostro animo, la nostra coscienza alla accettazione del fatto che proprio dentro tali esperienze possiamo maturare un livello più profondo di percezione del nostro essere. Quando la nostra corporeità versa in condizioni precarie, la coscienza sembra più facilmente portata a superare ogni delirio di onnipotenza.

Rainer Maria Rilke, poeta e scrittore austriaco di origine boema oggi riconosciuto come il maggior poeta tedesco dell’età moderna, ne Il libro delle ore, scrive che ad ognuno è data la sua morte, quella morte che viene da una vita in cui si è trovato amore, senso e pena. «Noi siamo soltanto il guscio e la foglia. Il frutto attorno a cui tutto gira è la grande morte che ognuno ha in sé. È questo che rende la morte estranea e pesante: che non è la nostra morte; è una morte qualunque che infine ci prende soltanto perché non ne abbiamo maturato una nostra; perciò una tempesta viene a spazzarci via tutti».

Certo, vi sono posizioni ben più drastiche assunte da pensatori, intellettuali e più o meno volgari fanfaroni sulla specifica tematica, ma, in particolare, ve n’è una cui sono intimamente legato da profondo trasporto e, se possibile, ancor più profonda condivisione. Nell’alveo della lunga ed appassionata conversazione con Giancarlo Dotto in Vita di Carmelo Bene, all’affermazione di Dotto che fosse opinione molto diffusa che Bene nutrisse un amore smisurato per la propria persona ed una nozione assai vaga del prossimo, Carmelo Bene sostiene che «tutti siamo in putrefazione continua. Soltanto che non tutti se ne rendono conto. Se non allo stadio terminale. Ci vuole una metastasi perché ci arrivino. Non si sentono in metastasi prima, quando sono “nel fiore”. Non si sentono meta(e)stasiati».

E giusto parlando di Carmelo Bene, ricordando la sua fissazione con la necessità che l’uomo debba smetterla di produrre capolavori, cercando viceversa di essere capolavori, e da qui escogitando un rapporto sillogistico tra capolavoro, arte e uomo (premesse tutte egualmente inconcludenti per chi vi sta parlando), mi viene in mente l’Estetica del brutto, un libro del 1853 di Karl Rosenkranz, discepolo di Hegel. Per Rosenkranz vi è anche un’arte brutta, in cui il brutto non solo è qualcosa che l'arte non deve escludere, ma è qualcosa di cui l'arte e la bellezza hanno bisogno, cioè un'opera d'arte è tanto più bella quanto più grande è la quantità di negativo, di brutto, che ha dovuto vincere. Se l’arte resta pacificata, se l’arte non si scontra coi grandi problemi che sono inafferrabili, ma che rappresentano il male del mondo, le patologie della realtà, quest’arte non avrà nessuna possibilità di grandezza.

Dopo questa citazione (ed il ricordo di quell’appasionata lettura), pur rovistando, trovo davvero poco nel mio sensorio comune e nella mia esperienza di apprendista che ha minimamente appreso, con cui possa togliermi il sapore di quel Bene, per cui passo la parola all’autore Vittorio Rombolà, concludendo con quanto recita Nino Valenti, nella sua Riflessione:

Si cerca Dio tra i flutti,
nelle intemperie e le tempeste;
si cerca nel dolore e nella morte.
Prova a cercarLo al sole,
quando gioisci e canti,
quando tu vivi.
Cercalo nella gioia!
Lo troverai, se soffri!
»

 
 

Tutto Digitale Navarra Editore Nebrodi Network Contatti Soluzione Associazione turistica pro loco acquedolcese "San Teodoro" GooWai
 
Designed & powered by Iarumasami