Ignoti l’uno all’altra in rapporto di vera uguaglianza, ma non anche abbastanza dissoluti da spogliarsi del turbamento che c’è all’approssimarsi della nudità di chi per davvero non si conosce, mano nella mano, due rampe di scale, sguardi alla porta dritti come frecce, un brivido e furono nella stanza. Là dentro l’universo, denso di elettricità, nella sua pienezza davanti ai loro occhi stava. Adagio ruotavano i cosmi, incuranti del tempo che altrove, intanto, correva veloce, aggrumati di stelle mai prima d’allora vagheggiate, nel misero volume tra le pareti di quell’ambiente sconosciuto.
Già furono nudi. In un istante capì che lei era l’amore. Sottoforma di cerbiatto con la terza elementare, soavissimo sunto di portenti epiteliali, a tal punto bianca la sua pelle che l’ombelico, buco nero, tutta l’altra luce in un colpo risucchiò. Avvertì generarsi dal grembo suo imperioso quel moto aspiratore, nondimeno sapendo di non dover temere, giacché non l’avrebbe inghiottito: invero lui non era fatto di luce.
Avvolgendole la mano con la propria, arnese di alabastro o statua di gesso, come fosse una mano d’altri, mai e poi mai la sua propria mano, tale la tensione che gli coagulava il corpo in marmo dalla testa d’aria fino ai piedi, nudi in terra, giusto così la condusse davanti a quell’anonimo letto mentre una musica inventata echeggiava da sotto al pavimento, separate che si furono le complici stelle con moto aggraziato, da una parte e dall’altra, compiacenti fino all’ultimo frammento di polverizzato cosmo, per farli passare.
Si trovarono sdraiati di fianco e di fronte, con gli occhi dentro agli occhi, mentre già nella stanza lo spazio lentamente prendeva a richiudersi nel comune universo, accessorio mai più di adesso, quando finalmente lui poté vedere le sembianze dell’amore. Era fatta di una bellezza cui il miraggio più ambito mai avrebbe preteso di anelare, uno straordinario ordito di inimmaginabili, mutissime e benevole note, tutte dolcemente coese a comporre il silenzio di lei che così nettamente celebrava, della sua stessa bellezza, la perentoria integrità. Mai prima d’allora gli era capitato di supporre una grazia siffatta, così lontana dall’essere indifesa eppur talmente violenta per quanto esageratamente ed involontariamente sterminata, tanto perfetto il profilo della sua figura nuda, inerme, su di un letto inevitabilmente indegno.
Fino a quell’istante, mai aveva azzardato negoziare col destino un simile incontro; perciò, malgrado ora l’avesse accanto a sé, lei seguitava a suggerirgli lontananze inarrivabili. Quando le sfiorò il fianco con le dita, lentissimamente lei ammiccò. Nell’arco di quell’immisurabile niente, gli sovvenne di quand’era bambino, al tempo preciso dei veglioni d’inverno e figure danzanti presero a tinteggiargli i ricordi, corpi avvinghiati al passo di Samba pa ti; rifugiato nel nascondiglio segreto sotto a un tavolo immenso, il sipario della tovaglia quanti passaggi di caviglie gli aveva offerto, piedi pratici a ballare e scarpe lucide che, giusto com’è stato, si sarebbero tutti incollati per sempre alla sua memoria, sino ad ora e fin da allora, da quella notte traboccante di musica matura, tant’è che sotto a quel tavolo era germinata la nuova ambizione di essere già grande. Perché, poco distante dalle danze e dagli occhi, doveva esserci certamente un androne semibuio e una scala che portasse al piano di sopra dov’erano le stanze e là, l’eco della festa sufficientemente lontana a rassicurar che l’altrui distrazione seguitasse, si poteva brevemente fare l’amore. I piedi, a quattro a quattro, componevano dunque nient’altro che una traccia obbligatoria, un paradigma di sensi che dalla sala da ballo conduceva fatalmente tra le lenzuola, dentro a letti ignoti. A fare brevemente l’amore.
Ma lei che sapeva di tutto questo? O sapeva invece, essendo già stata sotto a quello stesso tavolo d’inverno, acquattata dietro la schiena di lui, torbida in volto per l’oscurità obbligatoria che c’è sotto a tutti i tavoli del mondo, con il pugno gonfio dentro a una busta di coriandoli raccattati dal pavimento; o già le era appartenuto il più seducente paio di caviglie guizzanti, quelle intraviste soltanto di sfuggita, perché di corsa avevano raggiunto le scale, ad occupare la prima camera libera mano nella mano con un amante. Chiusa a chiave la porta in fretta e furia, eccola ora nuda sopra al letto, pronta a fare brevemente l’amore, mentre al piano di sotto il buon Dio trattiene l’umanità tanto quanto basta, giusto il tempo di un Samba pa ti.

 
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