In extremis, in punto di mortorio, imploro la tua indulgenza per i miei innumerevoli sgarri e, sopra tutti, il non avere inteso per tempo quale prodigio si nascondesse in te, che sei il mio più sventurato orgoglio. Mai avrei dovuto assecondare la tua smania di salvezza, nientemeno adescarti con bocconi di lezioso socialismo, slancio all’equanimità, la promessa dell’affrancamento; men che mai avrei dovuto consentirti una sì deforme risurrezione.
Quando ti conobbi, orfano di padre e di madre, avanzo di galera sopravvissuto alla forca, tu prematuro neonato ancora odoravi di pialla e già eri un empio assassino. Quella prima vista avrebbe dovuto bastare a farmi comprendere il tuo portentoso lignaggio; avrei dovuto intuire immediatamente la tanto prodigiosa cosa in che, senza saperlo, tu già consistevi, affatto bisognevole di qualsivoglia emendamento, sicché adesso non sentirei questo devastante rimorso.
La certezza che nessun padre sarebbe stato in grado di sostenerti, perché mai avrebbe potuto aiutarti a divenire ciò che sin dal tuo debutto hai sempre voluto, l’eroe compiuto che infine è se stesso, l’uomo conquistato in grado di condurre la propria vita, ecco che quella ovvietà, l’inettitudine di non importa quale padre tu avessi ricevuto, mi ha condotto al fallimento.
Io ti presi subito a cuore, e con te le dissoluzioni tue, nessuna esclusa, neppur lontanamente vagheggiando quanto la compassione mia sarebbe stata fatale alla tua sorte. Senza le mie scellerate cure, tra mille anni si sarebbe narrato ancor di te come dei più infaticabili armigeri sulle antiche liburne, eppure tu presente là, tra mille anni e oltre, vivo ed in perfetta forma ad ascoltare di nascosto la leggenda del tuo nome o le canzoni fatte delle gesta tue immortali, intervenendo qua e là personalmente, di tanto in tanto e per tuo solo piacimento, a decorarle con inediti dettagli.
Ah! Se non t’avessi incoraggiato! Oggi strariperesti di vita in piena, in procinto di affacciarti ai sommitali spalti mentre laggiù, nella religiosa attesa, ai tuoi piedi il mondo intero a bocca aperta fin dove può giungere lo sguardo, supplicante il breve ammicco di una tua benedizione. In fin dei conti, sarebbe stato sufficiente giusto un poco di riguardo, una saggia elementare diligenza ad evitar le minacce alla salute. Il minimo impegno per tenere a debita distanza i ben noti e comunissimi accidenti. Insomma, come il celiaco aborrisce il glutine e l’anafilattico le punture d’insetto, avresti dovuto guardarti da fuoco, tarli e falegnamerie per poter dunque proseguire nel miraggio più ambizioso e lontano: la vita eterna.
In spregio dell’umanità che tanto hai sempre bramato, la stessa popolana vuotezza che ora ti è irreparabilmente fatale, avresti dovuto scaltramente accettare la tua connaturata scompostezza, quel non saper far altro che trascinarti sgraziato a gesti spezzati che si sarebbe però, se non del tutto sanato, col tempo senz’altro ingentilito, e che avrebbe mortificato l’esaurirsi volgare delle carni così come del pensiero, esaltati essi invece da una imperitura adolescenza. Avresti dovuto imparare a memoria, fino a saperne tollerare le via via sempre più rare ricorrenze, i pur trascurabili tedi che s’accompagnano al tempo che passa, per tutti te compreso, il tempo che per chiunque altro sarebbe prima o poi scaduto, eccetto il tuo. Avendoti infatti il destino sorteggiato per la più grandiosa ricompensa, l’inestinguibile gloria che c’è nel vivere la storia delle storie, la primigenia fiaba del Campo dei miracoli, avresti tu vissuto un’infinità di vita dentro a un sogno indorato di zecchini e di sterminate fate, un sogno per te solo così straordinariamente lungo e fecondo che avresti potuto mai dovervi rinunciare.
E invece eccoti qua, niente meno una salma bell’e pronta per l’oblio, di meraviglia deforme rigetto, povera spoglia rinsecchita e derelitta sopra a una branda che a momenti sarà sfasciata e gettata tra le fiamme.
Questo è tutto. Ma la verità è che ti sarebbe bastato starmi lontano, non avermi neppure incontrata. Perché io ti ho stoltamente promosso all’ansietà di essere uomo in carne ed ossa, perbene e per forza ma non per sempre; così è per mano mia, per colpa del mio sciocco ottimismo pedagogico, della mia irrimediabile incomprensione, che adesso tu scompari.
Addio, Pinocchio.

 



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