Alla Signora delle Guglie,
Regina reginarum



Nel prosieguo d’una perturbazione mentale, muta la scena con affinità d’intenti.
Tu, castellana medievale padrona dell’architettura più misteriosa di tutti i secoli; mediterranea matrona difesa solo da un leggerissimo velo, attraverso la cui trasparenza intravedo le morbidezze maliziose delle carni trasgressive; regina delle mie fibre più forti, signora dei miei più disponibili neuroni... tu, nembo e libeccio, di notte governi il feudo.
Il grande letto accoglie la pelle rovente e le lenzuola s’infiammano avvolgendoti i seni e il ventre. Le candele, gradualmente, a mezzanotte scordano la luce: soltanto un tenue reticolo di riflessi lunari penetra nella stanza dei sospiri, diffondendo un candore inquietante sulle poltrone e sui sofà, su determinate superfici dell’antico massiccio mobilio, sul tuo corpo. Luce che risparmia solo lo spazio sottostante il dannato talamo: là io sarò, immerso nell’oscurità abissale della tua incoscienza, ad attendere pazientemente il momento più opportuno per emergere e farti mia.
So che stasera il castello vomiterà la servitù. Quella fetida e infida appendice di plebe s’allontanerà sbilenca al di là del fossato, alla volta del borgo in festa (me li immagino, i bifolchi, a copularsi negli anfratti dei vicoli ove lo sporco s’amalgama col nero della notte, inebriati dagli effluvi del pattume, grugnendo alla luna inorridita), per non fare ritorno prima della tarda serata di domani. E so che questa notte sarai sola e indifesa, sperduta nei tuoi cento appartamenti.
Ma una è la stanza, e stanotte io sarò là, sotto l’alcova dei tuoi peccati, e t’afferrerò.
Grida, grida quanto vuoi il tuo spavento. Grida inorridita alla vista di quest’ombra che ti brama... Grida che tanto nessuno accorrerà: tutti lontani, e solo noi due a straziare il silenzio del crepuscolo.
Per i caldi fianchi carnosi ti catturerò, e se dovessi riuscire a sottrarti alla presa tentando di fuggire, come avrai appoggiato le dita d’un piede sul pavimento, io aggancerò di scatto l’altro tallone, trascinandoti nuovamente sul letto. Bloccandoti stavolta più saldamente, con una mano ti ghermirò i capelli e con l’altra, più vigorosa, comincerò a torturarti follemente le immense mammelle, di certo già rese sfuggenti dai sudori d’Africa.
Ora ti ho ridotta in schiavitù e giaci atterrita sotto la mia nuda presenza. Ho strappato l’ultima lingua di seta che, insinuatasi tra le gambe lucide e sode come il più pregiato marmo, ancora ti concedeva un’illusoria dignità, e sono pronto a violare i tuoi infernali abissi. Ma tu non mi temi più: il nervosismo che serrava le tue labbra si è trasformato in lento sussulto di conchiglia di mare che s’apre, offrendo ai miei denti il roseo mollusco. Le tue gambe rigide ora si placano, dolcemente si muovono e circondano il mio furore pulsante ed io, finalmente, trafiggo mellifluo il peccato che ti fa Regina tra le regine, spampanando nei tumulti i tuoi petali d’inferno e lottando, fino all’estremo impeto, per farti più male. Per tutta la notte. E dopo stanotte, per l’eternità.

 


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