Vi sono accadimenti ben localizzati nella vita dei popoli, che con la loro forza esercitano potestà sulla concatenazione dei movimenti dell’universo: così esiste la Storia e si trasforma, e rapportandosi proprio a tali fatti, resta. D’altro canto, accadono pure cose irrilevanti per il mondo, ma il cui verificarsi basta ad alterare profondamente la vita di qualcuno; ed è così che esiste e si trasforma la storia di un uomo, e l’evento che ha generato l’effetto, talvolta, presenta un notevole interesse.
Il dott. [ ] ha prestato servizio in qualità di analista presso il mio laboratorio dal 7 ottobre 1996 al 23 agosto 1998, giorno in cui ha deciso di suicidarsi, calandosi in una cisterna di catrame allo stabilimento della Edilsidera. Quella mattina, appena giunto al mio studio, lo trovai ad attendermi seduto sul pianerottolo. Già indossava il camice e mi sembrò sereno. Quando ci fummo accomodati, per mezz’ora non fece altro che parlarmi di fatti privi d’importanza, accennando di tanto in tanto a un appuntamento importante che aveva fissato per le nove, se volevo scusarlo, ed io non sospettai affatto che quel vago discutere fosse solo un pretesto per nascondere qualcosa qui dentro. Solo qualche giorno dopo il decesso, aggiornando certi incartamenti alla firma, ho trovato la sua lettera che, purtroppo, non mi è stato possibile comprendere per intero, poiché alcuni passaggi risultano indecifrabili.

« Neanche lei si è accorto del mio intimo disordine. Se le avessi rivelato subito ciò che invece ho finora taciuto, forse adesso non mi troverei qui, tra scope e ragnatele, al buio dello sgabuzzino di casa mia, acquattato come un demente con una torcia elettrica fra le righe. Fuori da questa porta, che ho avuto l’accortezza di sprangare alle mie spalle, soltanto silenzio. A spezzarlo, il mio orologio da polso, uno Zenith automatico d’una ventina d’anni fa, che scandisce tremendamente il tempo del mio panico.
La mia mente è percorsa da tremori bestiali: eccola qua, sconquassata dalle più atroci convulsive visioni della fine prossima. Mi rendo conto che solo violentando la memoria e verbalizzandone i vomiti riesco a sedare parzialmente l’istinto suicida che mi divampa dentro la mente secca.
[...] Erigo lapide all’equilibrio.
Mi sono appena riavuto da una serie paurosa di violentissime convulsioni, causatemi dalla memoria di quanto è avvenuto qual¬che ora fa davanti alla toletta [...]
La luce va affievolendosi sensibilmente, ma è indubbio che non mi muoverò da qui. Per nessuna ragione varcherò la soglia di questo che oramai s’erge ad ultimo, futile rifugio.
Riaccendo la luce alle 17:46. Sarebbe illogico ogni tentativo di tradurre, anche nella più surrealistica delle formule letterarie, i pensieri ributtanti che mi hanno tormentato durante questa pausa di tenebra assoluta. Ma forse questo è solo un terribile incubo ingannevolmente mascherato da sogno, che mi mostra le sue reali fattezze un poco alla volta: piano piano, ad ogni frase della tragica ouverture, esso dunque si priva di una parte del suo subliminale costume traditore.
Questa mattina, svegliatomi da un sonno inaspettatamente tranquillo, privo dei soliti incubi, mi si era spalancato davanti uno spettacolo gioioso: la campagna radiosa, nella quale è immersa la mia piccola, solinga abitazione in pietra, si presentava ai miei sensi con tutto il suo fulgore, convincendomi ad attivare i muscoli e le articolazioni del mio corpo finalmente riposato. E come canticchiava lasciva, la natura! Ogni cosa era felicemente equilibrata: i deliziosi profumi rupestri, quei suoni melliflui, trovavano razionale sistemazione e perfetto bilanciamento nell’incantevole novità di un’alba tranquilla. Non un alito scomponeva quell’inverosimile scenario naturale, quasi come se tutto, intorno alla mia casa, si fosse improvvisamente cristallizzato, immobilizzato, per consentire ad un ignoto osservatore di focalizzare vividamente il mio risveglio, senza che neppure una minima impercettibile oscillazione di quella grande lente (il mondo stesso intorno a me) potesse disturbargli l’attenta contemplazione della mia assonnata ed illusoria ingenuità. Ed io, preso com’ero dalla venerabile quiete, dai plastici perimetri delle querce secolari che si stagliavano magnificamente contro l’aurora silente, dalla tranquillità del mondo mi feci ammaliare.
Così, dopo essermi riempito i polmoni con due o tre profonde inspirazioni d’ossigeno immobile preso in prestito da quel paradiso, decisi quasi contemporaneamente di renderglielo in versione rivisitata, ed accesi una Galouise. Ciò che successe dopo pochi minuti rappresenta il piano panoramico dell’epilogo della mia esistenza, un presagio orrendo che mi trasmette ancora adesso impulsi svisceranti. È tremenda la paura e vano il coraggio, un coraggio che, seppure elevato ad infinita potenza, non riuscirebbe a sconfiggere ciò che mi segrega qui, al buio. Non ho via di scampo, né trovo volontà sufficiente all’elevazione del mio coraggio ad alcuna potenza... I miei liquidi febbrili, come raz de marée hanno oltrepassato il confine (segnato idealmente dalla proiezione dello spessore della porta di questo ripostiglio sulla sua stessa soglia) tra la mia paura e la fine incombente.
Lo specchio fu l’orribile cornice del presagio. Con naturalezza, i miei occhi si posarono dapprima sui pomelli bicolore del lavandino, sulla superficie interna del quale notai immediatamente un pelo. Sin da bambino, ho sempre detestato quelle impercettibili e filiformi variazioni cromatiche sul chiaro lucido omogeneo della ceramica sanitaria, per cui, con un abituale scatto nervoso della mano destra, ruotai impazientemente il pomello dell’acqua calda, sollevando simultaneamente con la sinistra la leva dell’otturatore e mi misi comodo ad osservare il lento formarsi della piccola laguna fumante che avrebbe combattuto per me. Attesi qualche istante, sempre col mento rilassato sul bordo del lavandino, che il livello del liquido trasparente raggiungesse lo stelo bruno che dormiva ignaro nel suo letto, finché non venne scottato dall’elemento mio alleato e trascinato via dal gorgo cui la mia mano aveva dato origine abbassando di scatto la leva dell’otturatore. Quindi, soddisfatto, per qualche secondo fantasticai sulla sorte di quella volgare formazione cutanea dell’epidermide che avevo così malvagiamente sottratto al riposo, sconfitto e scaraventato nelle profondità abissali dell’oblio.
Come per autocompiacermi dell’esito vittorioso di quella beffarda incursione, sollevai il capo lentamente, come lento sorge il sole al di là delle creste lontane, facendo capolino al di sopra della spessa cornice inferiore dello specchio, e vidi spuntare i miei capelli. Poi di scatto, come se innaturalmente l’astro ancora sonnolento fosse stato spinto verso l’alto, con violenza, dagli elementi, mi rizzai sulle gambe e mi riflessi pienamente fino all’ombelico sulla superficie maledetta.
Ciò che vidi, e che solo adesso la concatenazione dei fatti mi convince ad interpretare come il più orrendo dei presagi, interruppe per un istante infinito ogni mia funzione vitale: quell’immagine riflessa nello specchio penetrò attraverso la mia bocca spalancata ma incapace di urlare per il troppo orrore, come un’improvvisa violenta folata, tremenda potentissima aspirazione meccanica, una scarica di privazione che risucchiò via dal mio petto ogni minuscola molecola di gas ossigenante.
Tempesta rovente di sabbia e rovina di lastroni taglienti nelle mie vene, dottore. Gorgo marino che scava scava nel buio degli abissi, turbinando risveglia tra le melme creature che bramano vendetta dalla notte dei tempi e a mille a mille, dentro al petto a mille a mille urlano gli spiriti antichi, custodi delle tombe degli uomini. Come il Guillaume Tell che parte piano, nel silenzio quasi ti sorprende, ti s’appoggia sulla spalla come la cornacchia, andante allegro andantino allegro vivace il crescendo sinfonico spaventoso spaventosissimo e d’improvviso il boato di piatti trombe e grancasse nel cervello, ecco gli dei cannibali della morte! Il mio sguardo pietrificato orrendamente s’incontrava con quello di mia madre che nello specchio, di fronte a me, era riflessa ».

 

 

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