Un giorno a metà tra ieri e domani, preciso e spaccato come il tratto fra due ali che però sono certo non si tratta d’oggi, seduto davanti al feretro di una vecchietta morta poco fa, la guardo e capisco che ti amo. Ora non la guardo più e capisco quanto ti amo. Come aroma sprigionato dalle stesse mie narici, la tua infinità passata si riverbera al buon giorno presente. Ed è così che sei tu presente, futura e infinita ancora.
Considerato che il mondo vivo non è nient’altro che il rivestimento vivace di un camposanto delle dimensioni di un pianeta, comunque sia noi due siamo vicini. Allora penso all’angolo di un palazzo ignoto, un santuario alieno all’incrocio di due vie e vedo quei due – noi due visti da qua dove adesso sono – appoggiati con le spalle al muro, nei pressi dello spigolo, che non guardano mai oltre.
Sento che non esistono modelli, né paragoni, in assoluto. E che qualcosa più sublime di quel che provo non possa che appartenere al sogno o all’abilità nel mentire a se stessi. Perché tu sei nei pozzi e sotto alla frana, sull’acqua sei tu, nel mio posacenere, ad ogni pagina dell’atlante ti imponi capitale. Soltanto tu puoi intendere, il resto del mondo non potendo far altro che assistere. Un giorno che scavai una buca da bambino, nel suo fondo già tu c’eri, la faccia tutta sporca di terra e radici, da sotto alla terra già tu mi guardavi. Neppure allora, quando avevo dieci anni, ebbi mai a pensare che avrebbe potuto servirmi più tempo di quanto in effetti me ne sarebbe rimasto. Neanche un minuto di più. Difatti, pur giungendo ad una conclusione astratta il cui tempo mi fosse stato anticipatamente noto, ogni azione per ulteriore frazione di tempo oltre la giusta misura sarebbe equivalso a fare ciò che si fa allorquando si rovista in un archivio per la gran parte ignoto.
Tuttavia, seguiterò sempre a coniugarti al futuro. Così, bella mia, fino all’ultimo respiro sarai la fata intoccabile, fatta tutta di niente e fatta solo per me. Alla fine, un momento prima di chiudere gli occhi, lo so, tu sarai stata la grandissima parte della mia vita. Perciò mi dico che soltanto mio è l’amore, e non anche il tuo, se non in percentuale irrisoria, giacché rivivo il medesimo struggimento, le stesse afflizioni e le insonnie del tempo in cui ci appartenemmo, ma noi non ci siamo appartenuti mai. Così come non smetterò di amarti follemente, amore mio, malgrado mai t’abbia per davvero avuta, ma pur sempre amata di un amore che sconosce pausa e tradimento.
Qual è la forma degli amanti? Contemplo ciò che vedo e indago sulla forma di chi francamente s’ama. Prime sono due farfalle. Me le immagino, ora bell’e spampanate nel risucchio di un’autovettura indifferente, a giocare distaccate al limitare del campo minato a ordigni antifarfalla. Bianco latte con due punti neri sopra a ciascuna delle alette, pare che trascurino l’evenienza del collasso. Tanto arguisco dalla loro inettitudine, quella incapacità che è propria della mia farfalla di esistere per intero senza mai atterrare.
Amarsi, amanti noi due, come due farfalle di sogno che non si sanno posare. Due farfalline sciocche, l’avanguardia dell’eterno.

 

 

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