Era appena cominciata la primavera quando ebbero inizio le grandi manovre. Mi aveva incuriosito il continuo viavai dei gatti del quartiere, che da qualche giorno venivano a bivaccare attorno alla mia pianta di rose rampicanti, e stavano lì fermi per delle ore, mugolando e sonnecchiando. Arrivarono pure due cani randagi. In un paio di giorni, quando ebbi il giardino brulicante di quadrupedi, mi fu evidente che la meta era ben precisa: l’osservazione di un bocciolo insignificante che sbucava timidamente dall’intrico di spine.
Uscii una mattina presto a guardare quella cosa approfittando dell’assenza delle bestie (anche cani e gatti hanno relazioni sociali da curare e, in qualche modo, certi orari da rispettare). Era un’escrescenza verde moribonda, genuflessa tra gli arbusti del bel rampicante, niente più che un gambo sottile e macero piegato dal peso del proprio rattrappito bocciolo. Nel complesso, aveva un’aria miserabile. Il gambo, che si contorceva attraverso il vigoroso reticolo dei fusti delle rose, spuntava da una zolletta di terra tumescente, immersa nell’ombra, attorno alla quale un nugolo di moscerini (di quelli minuscoli che si vedono sempre vicino all’immondizia) si esibiva in voli da pattuglia acrobatica. Decollavano, facevano qualche giro attorno alla piantina, quindi si lanciavano in picchiata tutti galvanizzati come le mosche in astinenza da sterco, per atterrare di nuovo sulla zolla marcia. Qui si muovevano a scatti sorprendentemente sincronizzati, organizzandosi nuovamente in ordinata pattu-glia e dopo qualche secondo ripartivano. Provai a scacciarli, così, agitando una mano per spezzarne la traiettoria; si disperdevano e allargandosi volavano disordinatamente tra gli arbusti. Ma poi riuscivano, si compattavano e riprendevano tranquillamente il lavoro. Decollavano, facevano qualche giro e così via, fino a quando decisi che ero stanco di guardarli e rientrai in casa.
Mi risulta che il moscerino, per sua intima natura, non possieda una intelligenza notevole, come dire, una capacità progredita di organizzarsi in virtù di qualche cosa che vada oltre il puro e semplice istinto animale. Ma i moscerini del mio giardino – ora non perché sono i miei, sia ben chiaro – i miei moscerini sono diversi dagli altri che m’è capitato di vedere finora. Innanzi tutto questi hanno un modo del tutto singolare di ordinarsi in vista del decollo. Procedono a scatti ad un ammassamento convergente che muove prima dalle due ali laterali del contingente, e poi via via a seguire le file più esterne, due alla volta ed in sincronismo impeccabile, fino a completare una squadriglia perfettamente allineata e coperta. A questo punto, quando l’operazione di adunata è conclusa, si alzano in volo tutti insieme, senza rincorsa bensì in verticale come gli elicotteri e raggiunta una deter-minata altezza dal suolo (più o meno venti centimetri), prendono a girare intorno alla pianta. Inoltre, durante il volo, non è capitato mai che qualcuno di essi abbia perduto la posizione all’interno dello schieramento (per la verità, soltanto una volta è successo che uno dei moscerini della penultima riga, precisamente il quarto da destra, abbia avuto un attimo d’esitazione in fase di ammassamento, per-dendo il passo ed intralciando di conseguenza il collega retrostante; ma dev’essere stato subito trasferito altrove o addirittura congedato, perché l’incidente è avvenuto la settimana scorsa ed io non l’ho più visto qui intorno).
Le ricognizioni della pattuglia rispettano una precisa logica esecutiva, mulinando attorno al gambo una volta in senso orario e nel senso opposto nel corso della missione seguente. Quanto ai tempi, ho calcolato che ogni operazione completa (dall’adunata all’atterraggio) ha una durata media di quindici secondi. Perciò, al netto dei tempi morti dipendenti da imprevisti o sostituzioni di singole unità – eventualità, queste, peraltro molto sporadiche – gli aviatori compiono all’incirca 230-240 missioni in un’ora. In considerazione dell’enorme impiego di energie e dei relativi ingenti costi (certamente, ho considerato, i moscerini non lavoreranno senza un tornaconto), è di facile intuizione la delicatezza dell’oggetto del loro servizio. Ma la meticolosità nell’esecuzione ed il superumano senso del dovere dimostrati dagli insetti, appaiono in forte contrasto con l’aspetto miserevole della piantaccia.
Con il trascorrere dei giorni, lo stato generale del vegetale non è assolutamente migliorato. In compenso l’orda di animali inquilini ha cominciato a tollerare la mia presenza; sempre più frequenti si sono quindi fatte le mie visite al parassita delle rose rampicanti.
Un pomeriggio mi trovavo accovacciato ad osservare la pattuglia all’opera, quando all’improvviso sono arrivate le formiche. Non mi ero neppure accorto del loro sopraggiungere alle mie spalle, finché non vidi sotto di me, proprio tra le ginocchia, una truppa marciante alla volta del monticello già presidiato dagli insetti volanti. Nella piccola radura si verificò l’incontro fra i due battaglioni. Il comandante delle formiche, una polposa larva di formicaleone, incedendo con singolare portamento tronfio da veterano si distaccò dallo schieramento e raggiunse marciando la base del cocuzzolo, scortato da due grosse formiche rosse tutte imbardate che impeccabilmente gli stavano al passo. I tre insetti si arrestarono qualche centimetro prima dell’inizio della salita, lasciandosi alle spalle l’armata inquadrata; qui attesero che i moscerini tornassero a terra.
Il portamento marziale del comandante, il cui grado non era di certo inferiore a tenente colonnello, era indicativo della sua austerità: avevo infatti notato vibrazioni d’insofferenza percorrergli le zampette durante l’attesa dei dovuti onori. Quando finalmente gli aviatori toccarono terra, lo stormo fulmineamente si ricompose nella consueta formazione nove per nove. Ma dov’era il loro comandante? In effetti, mai avevo notato la presenza di un leader fra i moscerini, né avevo avvertito una tale carenza, dato che le operazioni, nel loro complesso, erano sempre state eseguite con la massima precisione e senza che qualcuno degli elementi si fosse mai visibilmente occupato del comando. Ma in questa occasione eccezionale, non era naturale che venissero adeguatamente rispettate le dovute formalità?
Mentre dal basso il formicaleone sbuffava oramai spazientito, il più piccolo tra i moscerini, precisamente il perno della nona riga, sgattaiolò fuori dall’inquadramento e, certo di non essere stato visto, in fretta si arrampicò lungo la parete posteriore del gambo della piantina, quella che non vedeva mai il sole, fino a raggiungere una piccola foglia ripiegata a guscio su se stessa perché oramai quasi secca, al cui interno si intrufolò. Si sentì un ronzio profondo provenire dall’interno della cavità. Il formicaleone e la scorta guardarono in alto. Tutto taceva, mentre il battaglione di scavatori rigido e silenzioso attendeva l’ordine. I moscerini sudavano freddo. La faccenda assumeva le connotazioni di una scomoda ispezione a sorpresa. I secondi trascorrevano con lentezza drammatica, quando ad un tratto i lembi della fogliolina sussultarono con uno spasmo violento, e dal suo interno irruppe sul campo il comandante dell’aviazione. Un enorme moscone verde fluttuò a mezz’aria esibendo la co-razza lucente, atterrando poi con grazia in testa al proprio stormo. Sgranchitosi le zampe, ronzò un paio di ordini ai suoi, che vibrarono tutti eccitati; dopodiché si avviò sicuro ad incontrare il collega ufficiale.
Si erano fatte le nove, il sole volgeva al tramonto e i due capi ancora confabulavano. Certamente l’oggetto del rapporto riguardava lo stato della pianta, che fin dalla sua nascita non aveva mai dato l’impressione di godere di buona salute. Finalmente fu ordinato ai due schieramenti di rompere le righe e ritirarsi a trascorrere la notte: i moscerini si tuffarono nel buio tra gli arbusti, mentre le formiche si accamparono tutt’intorno alla zolla da cui sorgeva il prezioso vegetale, dividendosi in aliquote da cinque elementi; a turno, ognuna di queste avrebbe effettuato un servizio di ronda notturna. Avvenuto il passaggio di consegne tra la prima e la seconda aliquota, mi ritirai a preparare la cena. I due ufficiali si erano già da un pezzo ritirati.
Il mattino seguente, stavo facendo colazione quando in giardino iniziarono le manovre (non avrei mai immaginato che le corazze degli insetti potessero produrre un simile rumore di ferraglia). Comodamente abbandonato sulla sdraio, mi preparavo a godere un’intera giornata di osservazione.
Come al solito, cani e gatti fecero il loro ingresso verso le sette e mezzo, sparpagliandosi tra le aiuole. Per tutta la mattinata, i moscerini svolsero le operazioni ordinarie di ricognizione aerea; a terra, le formiche proseguivano imperterrite il pattugliamento dell’area, sotto il controllo del formi-caleone cui, durante la notte, era stata scavata una confortevole buca ai piedi della zolla. Da quella postazione, esso poteva agevolmente seguire il volo dei subalterni, nonché ricevere i rapporti dalle formiche sulla situazione, senza che queste – per ovvi motivi di opportunità – fossero costrette ad avvicinarglisi troppo. Sfortunatamente, gli sforzi degli animaletti sembravano ora più che mai essere vani. Infatti l’aspetto della pianta era davvero sconfortante. L’esile gambo, lacerato in più punti, aveva assunto una vistosa colorazione verdognola di tumescenza, essendo la materia flaccida come pestata; delle poche foglioline che da esso escrescevano, i due terzi erano oramai prossime a staccar-sene e le restanti andavano velocemente decomponendosi. Il bocciolo malato non stava certamente meglio. L’estremità superiore era ancora chiusa a cappuccio ed ora il suo volume risultava notevolmente aumentato, come se all’interno esso covasse un enorme pulsante foruncolo tumorale, un male irreversibile che dal profondo ne stava succhiando la vita. L’afrore era quello di materia putrescente.
Ma tutto ciò non sembrava scoraggiare affatto gli animali: continuarono così per oltre una settimana le cure degli insetti ed il raccoglimento religioso dei quadrupedi.
L’altro pomeriggio, considerato che le operazioni proseguivano con la loro ciclicità inalterata, pensai bene di dedicare un paio d’ore alla pulizia del giardino. Da un mese abbondante, infatti, mi occupavo esclusivamente della pianta moribonda, trascurando del tutto la cura delle aiuole. Mi rimaneva l’ultima palma da potare, verso le sei, quando proprio alla base del tronco notai qualcosa di strano venir fuori dal terreno. In mezzo all’erba vidi che la terra tutt’intorno al tronco era percorsa da minuscole ferite, dalle quali emergevano numerosi filamenti vegetali, simili a radichette pelose e contorte, che si rituffavano sottoterra dopo qualche centimetro. In tondo diradai l’erba sotto il fusto: l’intera superficie era crepata, e da ognuna delle fessure affioravano le radici. Controllai allora l’altra palma, poi tutte le altre lungo il filare intorno alla casa, e ancora ai piedi della buganvillea, sotto le tuie e tra i papiri: dappertutto il mio appezzamento era devastato dai misteriosi filamenti. Corsi fuori dal giardino e raggiunsi la strada dietro casa, via Malaffare. Esplorai una per una le aiuole lungo il marciapiedi, e in tutte vi trovai le radici.
Un sospetto mi scivolò allora dentro al cervello, ma era troppo pazzesco per darvi credito: possibile fossi io il primo ad accorgersi dell’epidemia? Io lo scopritore del nuovo flagello? Io, dunque, l’incosciente guardiano della madre cellula?
Ora sì che tutto è chiaro. Ma che me ne faccio adesso della coscienza? A che mi serve avere inteso la ragione della venerazione, dell’addolorato raccoglimento degli animali del quartiere, adesso che sento bussare alla porta? Il male tutto m’ha mangiato, di dentro, liquidandomi con diagnosi in tre parole. I parenti lontani attorno al letto, a debita distanza, riempiono assieme agli amici la mia camera buia: ad ogni mio rantolo, venti trenta loro sospiri. Mio cugino Alberto dirige le operazioni d’accesso e visita: se qualcuno alza il volume, questi subito ammonisce severo. Li vedo ruotare tutti attaccati alle pareti, mentre mi osservano dal collo in giù per un attimo soltanto, pietosamente: dal bisbigliare capisco che è arrivato il prete. Dal silenzio avverto la fine. E nell’ultimo ansito i miei occhi guardano fuori, attraverso due tapparelle sbilenche, là in fondo al giardino. Vedo cani e gatti correre ai piedi delle rose rampicanti, e gonfi nuvoloni di moscerini rombanti volare neri in quella stessa direzione: quale cataclisma! Qualcosa dev’essere accaduto, qualche fatto nuovo e veramente importante. Ora gli animali si diradano proprio al centro del gruppo, come per lasciarmi scorgere l’evento meraviglioso, l’ultimo omaggio, mentre mosconi e coleotteri si ammassano a mezz’aria in un fortunale d’elitre ed ali membranose e delicate. E quando capisco che solo l’ultimo sguardo alfine mi è concesso, non uno di più, di fuori qualcuno si appoggia di spalle alla finestra, chiudendomi il varco.

 



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