Finalista al XIII Premio Letterario Internazionale Jacquès Prevert 2007


Mio padre era un uomo terribile, ma la cosa più curiosa è che non è stato sempre così. A quanto pare, il mondo deve solo a me l’esistenza di un essere tanto crudele.
Mio padre, tanto per cominciare, appena sposato avrebbe voluto una femmina. E in effetti l’ha avuta, mia sorella; ma dopo niente più figli, di questo era persuaso, anche solo per il fatto che una figlia unica avrebbe evitato le intramontabili nausee da spartizione. Perciò, quando la novità gli piombò addosso come un macigno, mio papà cominciò a dare i primi segni di ostilità. Ecco perché dico che mi ha detestato fin da subito.
Certo, non saranno stati giorni facili per lui; vuoi perché allora i tempi non erano maturi da ricorrere alle nuove terapie, vuoi per la convinta estrazione cattolica di parte materna, fatto sta che cattolicamente fu ordinato di consegnarmi a questa umanità.
Dal canto suo, mia madre era una donna sottile, nel senso che per vivere le bastava un piccolo spazio, un angolino, probabilmente troppo misero perché mio padre, dall’alto della sua alterigia, le riconoscesse la minima voce in capitolo anche su questioni di poco peso. Ma quando si trattò di decidere il da farsi sul mio conto, ella non volle sentire ragioni e si barricò nel suo cantuccio e lo fortificò, circondandolo di mura tanto spesse che tra i due neppure una parola, per mesi. Finché un giorno, quando ancora non era uscita dal suo silenzio, mentre mi dava alla luce mia madre morì.
Il mio debutto fra le braccia del vedovo non fu dunque quel che si dice un trionfo: non solo non mi aveva mai voluto, né accettato, per di più adesso mi considerava il diretto responsabile della perdita dell’unica creatura che, con la propria taciturna arrendevolezza, per nove mesi ne aveva inconsapevolmente alimentato la tirannia. Come può un uomo, in dieci anni, prendere cinque diverse mogli al solo scopo di frantumare l’infanzia del proprio bambino? Ebbene, mio padre l’ha fatto. Ma c’è dell’altro: ai miei occhi, era lui stesso a trasformarsi, oltre che nel carattere in veloce peggioramento, addirittura nella forma, accrescendo in tal modo la mia confusione e, insieme, le mie insicurezze. Nel 1975 ho così avuto un papà molto grasso, coi baffi neri all’insù, per tutto un anno in giacca e cravatta; il volto sfinito, ancora oggi, nelle foto di quell’anno. Nel 1976 non l’ho visto una volta, ho trascorso un anno intero in casa di una donna che non conosco. Il 1977 ancora più obeso, ma calvo stavolta e senza baffi. Allo stesso modo l’anno seguente, dunque biondo e poi ancora magro, il 1979 l’anno dei Ray Ban, i sandali e la musica, musica sempre diversa. Sarà per questo che dei ‘70 non conosco neppure una strofa.
Un rancore profondo e incurabile, quello di mio padre, che mi ha sempre accompagnato fin dai primi passi. Ingaggiava insegnanti che mi aiutassero a sbagliare i compiti; e se ero da bocciare lui correva a salvarmi, smerciando a brandelli la mia dignità. Le tante scelte discutibili che ho fatto, i miei più catastrofici risultati così come le innumerevoli sconfitte, devo tutto a lui che, d’altro canto, aveva costantemente impedito che l’autosufficienza trovasse spazio in me.
Alla fine degli anni ottanta, dopo il diploma, non so quante volte venni assunto per essere subito dopo licenziato, ciò soltanto per suo diletto. E riformato al servizio militare. Senza avere mai neanche sospettato che le donne potessero avere un sapore. Con questi ricordi compii dunque i miei primi vent’anni.
Col senno di poi, adesso capisco come la causa di tutto, della mia giovinezza fatta a pezzi e di tutti gli insuccessi, le mie delusioni, gli scoramenti, non sia da ricercare semplicemente in quella incurabile malvagità paterna, seppur così singolare nella sua esuberanza; piuttosto, sono convinto che più di ogni altra cosa mi abbia sempre avvilito il suo non volermi parlare; sì, proprio così, perché mio padre non mi ha mai rivolto la parola.
Quelle degli altri, per tutta la vita, mi hanno insegnato a conoscerlo, raccontandomi l’opinione che il commendatore aveva di me. E tutto ciò che di me pensava. Che mi ha sempre ritenuto uno sbaglio, di certo il suo più grosso e che per questo aveva voluto marchiarmi a vita, rendermi riconoscibile al mondo: io ero l’errore e nonostante portassi il suo cognome illustre, chiunque, vedendo me, avrebbe dovuto capire, sapere, vedere anche l’errore.
Ebbene, ora che vado per i cinquanta e il mio vecchio papà se n’è appena andato, se ne è andato senza mai parlarmi, so che non saprò mai che voce avesse. Eppure gli sono sempre rimasto accanto, fino all’ultimo, commuovendomi perfino, certi pomeriggi, mentre spiavo con che caparbietà riuscisse a restare inespressivo, duro come una pietra, seduto di fronte al televisore, ogniqualvolta il telegiornale parlava di me. Malgrado sapessi – e fin troppo bene – che niente l’avrebbe intenerito ho dedicato a lui, pubblicamente, tutti i premi ed i riconoscimenti conseguiti in carriera, insomma ho fatto tutto ciò che ogni figlio sano giustamente farebbe, per assicurare al papà una serena vecchiaia.
Niente. Neppure quando ti ho chiamato col suo stesso nome, ha ceduto. Aristide. Nome sofisticato, Aristide. Sofisticato proprio come il nonno, vero anima mia? Senza considerare la comodità – certo, anche una buona dose di responsabilità – ma vuoi mettere la comodità di portare in giro un’accoppiata talmente diplomatica. Perché? Ma perché se cominciano l’appello chiamandoti per nome, sei tra i primi, viceversa in fondo, tra gli ultimi della lista, se si parte dal cognome. Sì, perché mio figlio, proprio come mio padre, si chiama Aristide Zero. Il nonno è stato più fantasioso, per me ha voluto qualcosa di unico e inconfondibile. Per questo, vita mia, mi ha chiamato Il. Ed è grazie a lui se oggi il tuo papà è unico e inconfondibile. Tuo papà è Il Zero.

 



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