Il perché durante le notti più infuocate, così come nel cuore di quelle oltremodo terrificanti quanto a densità di folgori e pandemonio di schianti, ancora oggi io sobbalzi nel letto, rorido di gelido sudore, tremante e col petto che sembra spaccarsi in un fitto tumulto di pazzesche convulsioni, voglia il cielo che io possa prima o poi dimenticare. Ma non c’è alcuna grave preoccupazione né un incubo ricorrente all’origine dei miei tormenti, né gli agghiaccianti risvegli dipendono dall’intensità dell’insostenibile calura o dai frastuoni che dall’epicentro delle più alte e fragorose tempeste giungono di notte alla mia stanza, carpendomi nel sonno. Se da tutto questo ancora oggi non so liberarmi, è a causa del ricordo di quel che avvenne una sera lontana, a Southampton, e che io, per quanto mi danni, non posso più scordare.
Ero giunto in città alla fine di aprile: avrei assunto il mio nuovo incarico di ricercatore alla Solent University il mese successivo e, malgrado i dettagli della mia nuova sistemazione fossero stati abbondantemente concordati per via epistolare già nelle settimane precedenti, il fatto di trovarmi in città con abbondante anticipo mi avrebbe consentito di cominciare quanto meno ad ambientarmi.
Windsor Terrace, ove era ubicata la mia dimora, si rivelò estremamente gradevole quanto a toponomastica e materiale umano. A due passi dal Marlands Shopping Centre e dal Piccolo Mondo, eccellente ristorantino a gestione familiare specializzato in cucina italiana, il mio appartamento era situato al terzo ed ultimo piano di una palazzina con la facciata di mattoni rossi interrotta da generosi finestroni d’alluminio, dall’aspetto essenziale ma non austero. Ma soprattutto, da qui avrei potuto raggiungere comodamente a piedi il mio ufficio al campus dell’Università, situato nel cuore del poco distante East Park.
Trascorsi i primi mesi a Southampton, proprio quando la mia vita procedeva al ritmo di una serena, rinnovata soddisfazione, all’improvviso mi imbattei in un avvenimento che, forse perché profondamente assorbito dagli impegni della mia nuova occupazione, non avevo affatto previsto. Il 19 settembre, alle 17 e trenta, all’uscita dall’Università, mentre stavo attraversando East Park per fare ritorno a casa, lungo il viale che taglia trasversalmente il parco, nei pressi della seconda panchina di destra, mi innamorai di Jezabel Khan. Studentessa all’ultimo anno del corso di laurea in progettazione e produzione di scafi per yacht, la signorina Khan era tra le allieve più promettenti dell’ateneo. Figlia primogenita di una delle più illustri famiglie di Southampton, il padre era noto per la sua colossale ricchezza, oltre che per le strabilianti rivoluzioni tecnologiche che l’impresa di famiglia aveva introdotto nell’industria navale durante la ricostruzione susseguente alla Seconda Guerra Mondiale. La madre, ultima discendente di un ramo estinto dei nobili Knatchbull, viveva in città con Jezabel e la sorella minore durante il periodo dei corsi accademici, per ricongiungersi col marito, ogni anno al principio della bella stagione, nella residenza di Glastonbury, nel Somerset.
Ma tutto ciò avrei appreso soltanto in un secondo momento; anche se era evidente che tali circostanze si sarebbero rivelate fatalmente avverse a qualsiasi progetto di vita insieme a Jezabel che non contemplasse, sin dall’origine e per la sua realistica attuazione, l’espianto della ragazza dalla sua terra e dall’antico lignaggio, magari seguito da una fuga precipitosa all’estero o chissà dove, giacché sin da subito mi fu chiaro che mai sarei parso adeguato per vivere al fianco della giovane ereditiera. Ma, come dicevo, la posizione sociale di Jezabel, fin dall’istante in cui mi fu nota, non fece che rappresentare niente più di un fastidioso ostacolo, poiché già senza sapere chi in realtà lei fosse, quel pomeriggio di settembre me ne ero perdutamente, irrimediabilmente innamorato.
Tentare di descrivere la bellezza di Jezabel non è cosa da poco, essendo in lei custodito un qualche arcano ed insondabile prodigio che ne faceva uno straordinario ordito di dolcezza, grazia e virtù, tanto più inesplicabile in lei la somma di tutte le più esotiche, lontane e perciò stesso irresistibilmente seducenti qualità comportamentali e dotazioni fisiognomiche con cui soltanto nei sogni, o nel delirio della follia, un uomo può sperare di intrattenersi. Gli effetti che l’austera disciplina aveva prodotto in lei, se ben si sposavano con l’impeccabile educazione che non mancava di distinguere anche il più naturale dei suoi atteggiamenti, d’altro canto si traducevano in un portentoso contrasto difficile a spiegare se ci si fermava ad osservare attentamente le linee del suo volto, caratterizzate da uno splendore senza pari quanto a luminosità e diafana armonia.
Nulla vi era, nella vita di Jezabel Kahn, che potesse prestarsi al mormorio, fosse solo di un banale pettegolezzo, giacché la più bella, elegante e raffinata studentessa della Solent University e, perché no, tra le più ricche giovani donne dell’intera Southampton godeva anzichenò di una reputazione assolutamente incontaminata.
Non so dire che cosa di me l’avesse attratta in quel mese di settembre, fatto sta che prendemmo a frequentarci nondimeno usando la massima cautela, tanto opportuna per la differenza d’età che ci separava, vieppiù necessaria in considerazione dei nostri contrapposti, incompatibili ruoli all’interno dell’Università: se ci avessero scoperti, lo scandalo che si sarebbe abbattuto sulla famiglia dell’armatore sarebbe stato inevitabilmente accompagnato dal mio licenziamento in tronco.
Nei mesi che seguirono, durante i quali io e Jezabel consumavamo i tardi pomeriggi dopo le lezioni passeggiando discretamente nei giardini fiabeschi di Hamwic ed Emily Davies, i collegi dove risiedevano la maggior parte delle studentesse provenienti da fuori città, il mio amore aveva assunto proporzioni così incontenibili che un giorno, non potendone più fare a meno, mi rivelai. Nel mezzo di una conversazione sulla poetica di Waters in The final cut, allorché Jezabel, con la soavità del suo musicale sottovoce, cominciò ad accennare (But now) alla donna che sta in piedi sul molo (she stands upon Southampton dock) con il fazzoletto e il vestito estivo che le aderisce al corpo bagnato dalla pioggia (with her handkerchief / and her summer frock clings / to her wet body in the rain), ecco che mi fermai di scatto, la afferrai per i fianchi e, fissandola negli occhi, le cantai disperatamente in un orecchio: «In quiet desperation knuckles / white upon the slippery reins / she bravely waves the boys goodbye again». Rimanemmo immobili in mezzo al viale, mentre la sera scendeva lentamente sulla città. Jezabel era mia.
Da quel giorno, i miei sentimenti per Jezabel seguitarono a crescere a dismisura, senza mai accennare a soste o cedimenti, sebbene da quella giovane, meravigliosa e desiderabile donna non avessi mai ricevuto un solo bacio, né le avessi mai sfiorato la pelle se non per il tramite delle stoffe dei vestiti. Eppure, di lei tutto mi estasiava: dalle mani, così genialmente pensate da Madre Natura per millenni e poi fatte, finalmente; ai capelli, d’incantevole lunghezza fino a carezzare le clavicole eleganti e così armoniosi nel volume, biondi come l’oro. E il suo viso paradisiaco, colorato d’avorio sin dalla fronte candida e d’un rosa indescrivibile ed assolutamente impalpabile che dalle guance digradava verso due orecchie perfette, sfumando poi fino alle palpebre e quindi attorno agli occhi, incredibilmente ammalianti ma impossibili da raccontare quanto a profondità e rivelazione d’intelletto, sempre colmi di guizzi d’ali sulle tegole roventi sopra ai tetti nei piccoli borghi d’altura. La maestà del naso e degli zigomi, tale da far arrossire i più graziosi amorini, giungeva intatta alla bocca straordinariamente bella, sempre serena e mai tesa, mirabilmente contornata da un mento di impareggiabile equilibrio. Né vi sono modelli per descrivere la soavità dei piedi di Jezabel, incastonati com’erano, in ogni occasione, in ciabattine o decolleté comunque sia degni di una regina; così come le sue gambe, il modo incredibilmente unico con cui esse prorompevano avvenenti, seppur sempre fresche e leggere, dall’orlo delle gonne per presentarsi al mondo che, a quella vista, inevitabilmente si liquefaceva nella gelosia.
Nonostante tanta generosità di bellezza e fortuna, e malgrado fosse, in fin dei conti, poco più che ventenne, Jezabel non conosceva l’equivocità degli atteggiamenti, realizzando quotidianamente un piano di vita ordinario, tutto fatto di misura e decoro, tanto nello studio quanto nelle numerose relazioni sociali che la sua posizione evidentemente imponeva. Ed è forse proprio per questo, a causa del rigore con cui le anziane istitutrici di casa Kahn l’avevano accompagnata alla maggiore età ed abbondantemente oltre, che nei lunghi mesi del nostro amore Jezabel mai aveva minimamente ceduto ai legittimi arrembaggi che io, pur con il riguardo che si deve ad una dea, conducevo alle sue labbra ed ai suoi fianchi, sicché in nessuna circostanza ella mi aveva concesso di poterla baciare né tantomeno di ghermirla.
Fino a quando una sera che ci eravamo dilungati al Collegio di Hamwic, malgrado Jezabel avesse ottenuto dalla madre il permesso di rincasare più tardi del solito per partecipare al comitato studentesco di fine corso, l’approssimarsi di un temporale da nord ci indusse a congedarci prima del previsto e decidemmo che l’avrei riaccompagnata in macchina: dopotutto, le precauzioni con cui avevamo intessuto la nostra relazione sin dal principio non avrebbero consentito ad alcuno di sospettare che l’evenienza non fosse nient’altro che un fatto puramente occasionale.
E fu proprio quella sera, giunti che fummo nei pressi della residenza dei Kahn da poco passate le dieci, che Jezabel, con un fil di voce, mi pregò di accostare la macchina. Pensai, com’era naturale, volesse chiedermi di salutarci prima di svoltare, in modo da eludere l’imbarazzante incontro con i domestici o con la madre e, ancor di più, per sottrarsi alla vista del padre che giusto in quei giorni si trovava in città. E quando mi fece cenno di fermarmi in una piazzola adiacente al parco, dove l’ombra degli alberi ritagliava alcuni metri di fitta oscurità sulla strada al riparo dai lampioni, conclusi che Jezabel non intendesse farsi vedere in mia compagnia.
Ed invece di lì a poco, all’interno della mia macchina percossa dalle prime gocce che già preludevano all’ormai vicina rovina dei cieli, in meno di un minuto si sarebbe consumato l’evento più disastroso di tutta la mia vita, il cui ricordo basta a angosciarmi ancora adesso nelle torride notti estive, all’approssimarsi degli inattesi fortunali, così come durante le tremende bufere d’inverno, allorché il boato dei tuoni prende senza sosta a turbinare dentro alle oscure e remote gole. Nel silenzio di quella sera, interrotto soltanto dal temporale in spaventevole crescendo, intanto che fantasticavo sulla possibilità che l’emozione di trovarsi così vicino a casa in compagnia di uno sconosciuto avrebbe potuto determinarla a rompere gli indugi e concedermi il primo bacio, ecco che Jezabel, senza dire una parola né scomporsi in volto, si afferrò i lembi della gonna. Lentamente, percorrendo le splendide cosce, le sue dita trascinarono il tessuto leggero dalle ginocchia avvolgendolo fino al basso ventre e quando il movimento si arrestò, all’altezza dell’ombelico, vidi che Jezabel non indossava mutandine. Mentre annichilivo d’un totale annientamento alla rivelazione dell’imprevista nudità, con un gesto circolare di entrambe le mani Jezabel si annodò il drappo d’organza attorno ai fianchi cosicché, ancor prima che mi fosse possibile una qualsivoglia reazione, mi abbassò la lampo dei pantaloni, vi infilò la mano bianchissima e ne estrasse il mio sesso che, stravolto per mesi dal martirio palpitante di quella privazione disumana, apparve autonomamente disposto al più insperato amore. Sollevatasi dunque sul sedile, Jezabel vi puntellò saldamente i piedi, ruotò col tronco e mi si sedette sopra di fianco, trafiggendosi impassibilmente con un solo movimento, per un unico, interminabile attimo, aderendo al mio inguine con il fondo delle sue natiche. Fu allora che Jezabel Kahn, ancor durando quel brevissimo istante d’imperiosa, insindacabile, radicale possessione, si voltò verso di me mostrandomi il viso d’argento che lampeggiava sorridente al bagliore delle saette intermittenti, e sottraendosi di scatto all’irripetibile innesto carnale, immediatamente prima di scomparire per sempre nella notte, mi guardò negli occhi per l’ultima volta e cantilenando mi sussurrò: «goodbye».

 



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