Al genere umano-1


Cortese e conveniente anticipare in preambolo a quanti in genere intendessero – saggiati i prolegomeni per buoni ed avendoli trovati vellicanti o addirittura appetitosi – industriarsi nell’ulteriore lettura, se non proprio la natura (in certo e, comunque, ampio lotto fatalmente oscura finanche allo scrittore) per lo meno l’intenzione, la quale ritengo soddisfatta con decenza, che il presente scritterello senza finta verecondia nel concreto si prefigge: ricalcare, essendone condito e in abbondanza riconciato chi a parole per l’appunto è qui piegato a dirne, l’inesausta portata della incomprensione.
Per puntualità maggiore, seppur di necessità a levare, ciò di cui si va a trattare non si creda attenga al consueto senso di ripudio normalmente proprio del reietto senza tetto; giammai a quel tuffo al petto, unisonante colle sue dirupazioni sequenziali, fibrillante all’aprirsi del vestibolo che sboccia e si scoscia, sì angusto e spalancato, teterrimo e spinato ma pur sempre trito negli scritti d’insuccesso, dinnanzi al povero cornuto (nel bel mentre quegli, com’è pretesa esatta della logica del giusto, consumantesi al cogitar di giusnaturalismo e Leskov fra le zoccole e i tramvai, sconfinando a caso ai piedi d’una palazzina vagamente famigliare, snebbiato il brumoso provvisorio perdimento ed avendo riconosciuto il fabbricato esattamente esser quello attraverso il cui androne un tempo si tornava a casa – almeno fino a che lei, ventenne e bielorussa, al postribolo camuffato da baretto gli ebbe chiesto di dar fuoco alla sua Capri – sennonché dicevasi costui, trasportato assorto dagli inutili pensieri anzidetti – fra i quali, a tratti, se n’incardinava uno inamovibile e preciso, esattamente quello dell’angolo ottuso, certamente né retto né acuto, che la Capri, penzolando dalle labbra sue di lei, avea formato quella sera con il suolo – alzando il tiro per rimpianto ancor più che per istinto, quiritto scorge i ribaldi invitati all’afterhour che gli smascellano in faccia risate retroattive a secchi colmi, additandolo dall’alto, appollaiati a dozzine alle vegetabonde verande dell’appartamento un tempo di diritto suo, del neobecco, ove invece adesso la donna bellicosa, un tempo anch’ella sua, s’intrattiene in famelici festini con le cosce oleate sgambettanti in odorifero nanchino per l’open space piucheopportunamente ristrutturato, i pensieri di rimbalzo alle stanzette per femminucce in numero di due, la prole comune a ninnare per telepatia – chissà se ci pensano, ogni tanto, le bambine al papino pereunte – il corrotto là dabbasso sia chiaro che non più le rivedrà), il complicato tema riferendosi, di preferenza, ad un perché sommitale mai dispiegato a sufficienza, la più sotterranea delle intime, congenite e cogenti cagioni: quell’infimo ed incompenetrabile movente giammai subordinato a qualsivoglia larvata microparticola degli intestini consueti sentire, laddove si decida di far coppia.
Tutto quel ch’è inteso, esattamente, quale incomprensione.
Detto questo, giacché chi scrive non è inventore di saggi o di trattati, ma niente più che modesto ricalcante e traduttore in termini delle angosce miserrime proprie e necessarie, va da sé il perché ho scelto, per il seguitar dell’eletta tematica, di speculare su fatti in concreto individuati, tirati a sorte fra gli innumerati disponibili a questa poco men che cinquantenne memoria. Per adempiere alla qual missione, esattamente col medesimo spirito che suppongo Maeterlinck abbia sentito prorompergli dal petto allorché s’apprestava ad introdurre la sua Vie des Termites, io mi riprometto di rimaner fedele al principio “di non cedere mai alla tentazione di aggiungere un meraviglioso immaginato o compiacente al meraviglioso reale”, pure avvertendo l’ineluttabilità di quel dovere quando si tratti – come da qui a breve si tratterà – “di riferire di un mondo così poco noto, così sconcertante com’è quello nel quale stiamo per addentrarci”. Poco, poi, o niente affatto importa che il nobile drammaturgo si accingesse forse a ragionar di sovrumani insetti piuttosto che d’umanissimi cristiani.
Tre saranno dunque, per l’appunto e già qui sommariamente anticipate, le calate del susseguente documento, le quali tratteranno d’altrettante forme di INCOMPRENSIONE: quella micidiale che s’aggromma sulle scale fra il secondo e il terzo piano, allorquando al terzo s’attende che dal secondo la delizia ascenda; quella, insopportabile e fino a qua irrisolta, ch’è propria di tutto il genere umano-1, della vista della réclame lunare; quell’altra, in fine e in verità più facile a dirsi, perciò dunque suffragata alla fine del discorso, detta propriamente di Maria o dell’esistenza reale di Dio.
Sia dato che le tre forme di incomprensione, pur serbando l’originalità esclusiva correlata a ciascuna di esse per natura, sono perfettamente modulari.
E sia, conclusivamente, chiaro, che lo scrittore non si assume dello scritto altro che una responsabilità lieve e distaccata, giacché la paternità ne rappresenta fin troppo pesante peso.


 




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