Vorrei scoprirti nuda, sottratto alla tua pelle qualsivoglia orpello che sia pur soltanto d’aria, nient’altro che la pelle addosso alla tua carne.
Ho sentito che la privazione più feroce può tramutare una scrofa in madonna: immagini tu che cosa può divenire, per effetto di una siffatta privazione, di cotanta terribile assenza, una creatura che dopo tant’anni di educandato è già da tempo ai miei occhi bell’e fatta donna, all’intelletto, alle mani, alla carne mia? La più sublime e venerabile delle scrofe – ovvio ritenere – fatta per sol diletto e le memorabili pastrugne, un oggetto conosciuto e carnoso da ripetersi poi a memoria nelle ricorrenti solitudini notturne. Una madonna, dico io piuttosto, la madonna di tutte le madonne.
Vorrei spiegarti che cos’è certa pienezza, quel contenuto moto dentro me compresso, troppo spesso offeso e pur sempre fatto fesso dal tempo tuo che scorre, urlante di millibar e d’atmosfere che un giorno qui dappresso, prima o poi, nebulizzando mio malgrado sprecherò.
Vorrei pure tu capissi che non sei la sola a possedere un ventre, avendone io uno pari al tuo; certo difforme in creatività, eppure a quel tuo ventre somigliantissimo nel disegno irraggiungibile delle intenzioni: un grembo sì cosciente della propria infertilità eppur ventre che vibra, che sa desiderare, e che di volta in volta aspetta la lezione tua nostra sulla verità dell’infamissima natura.
Avrei bisogno dunque e per davvero di prenderti, farti mia per dimenticare, anche per mezz’ora, che mia non sarai mai. Perché so che della terra secca e trista sei tu invece, o del tuo dio; di tuo figlio, delle tue figlie, della casa tua, di quella violenta bellezza che senza dubbio cogli nella mia disperata attesa, come nell’angoscia che leggi nel mio petto quando calzi le muliebri scarpe così tanto poco femminili che sempre abilmente opponi al mio eroico digiuno. Chiaramente sei, fuor che mia, del sonno e delle fiacchezze, del malumore, dei silenzi al posto per te più giusto e del lagnarsi per me sempre fuori posto, dalla mattina alla sera, sempre e ripetitivamente nostre. Una visione insopportabile di strega in uno con quella di befana che, se fa bene, altrove bene fa; addirittura d’uomo al mio fianco convivente, un essere privo di grazia e di qualsiasi dolcezza, incapace del gesto che non sia per lacerare, me straziare, mortificarmi fino all’ultimo imprecare.
Ma io so per certo che questo è soltanto un incantesimo cretino, una doverosa pena che giorno appresso a giorno, fino alla fine dei miei giorni, tutti i giorni assillerà il mio cranio; sì, fino all’ultimo giorno mio, fintanto che tu, così terribilmente donna, femmina, dea, distratta da un bimbo, due bimbe, un ragno tarantola pece sia pure il solstizio d’inverno o camera a gas, creperia dell’angolo, caserma o primigenio comando, tir bus tiramisù, fintanto che tu, insomma, Madonna mia, avrai i vestiti addosso. Fino a che sarai, finalmente, una Madonna nuda.

 


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