Medaglia al XXV Premio Letterario Internazionale di poesia e narrativa Città di Cava de’ Tirreni – Edizione 2008


Intro. Solitudo.

Rovente. Un lievito in cottura lentissima sopra a un sedile in penultima fila.

1st Movement. Il fuoco. La pentola.

Indossare abiti leggeri non servirà in questo pomeriggio torbido, aderente alla mia pelle mentre da solo, a bordo del pullman, discendo per il fianco della scarpata di ferro. La sonnolenza calma le mie inquietudini e contemplo il piano obliquo a quarantacinque gradi, sghembo e perfetto, dell’ovvio colore del ferro.
Un rallentamento improvviso della marcia mi coglie lungo il pendio, allorquando la macchina dolcemente comincia a sterzare (manovra che suggerisce l’imbocco di un tornante e in effetti è così): volgendo lo sguardo al finestrino addossato al quale ancora sonnecchio, scorgo un’alta parete verticale, lucidissima. La stessa uniformità che fin qui mi ha impedito di percepire differenze di piani ora mi sorprende, come cosa nuova incredibile e vistosa. Pochi metri e la corriera si ferma.
Il mio sedile abituale è il 37. Lo lascio e percorro tutto il corridoio. Scruto attraverso gli opposti finestrini: di qua i consueti monotoni luoghi riposano immobili, mentre dalla parte opposta non c’è più quel grigiore familiare ma una vasta campitura livida, di tono spento (lo sconfinato cielo della Sicilia al crepuscolo).
Il mio pullman abituale è il 37. Scendo. Poggio il piede sul prato metallico e l’incertezza mi assale, poiché a sfiorare l’orma che occupo c’è un oscuro dirupo a strapiombo sul niente, della più inaudita profondità. Un istante di sbigottimento sull’orlo del buco nel mondo e mi avventuro lungo la traiettoria abbandonata dalla macchina, quella che corre parallela al bordo del precipizio, finché vedo che la fuga della china, che non si arresta contro una risalita, si proietta all’infinito. Mi fermo e ruoto lentamente su me stesso, mi guardo un poco intorno e provo a pensare. A niente.

2nd Movement. La Montagna Pasta.

Riprendo la marcia rassegnato a non vedere altro che l’interminabile imbuto inclinato, quand’ecco sopraggiungere la variazione sul tema. Una forma soprasensibile, pressoché trasparente, cresce veloce e silenziosa dietro all’orizzonte; come la terra sconvolta nelle sue profondità da un improvviso singulto che fa traballare la casa alle prime ore del mattino, quelle in cui il sonno è più dolce e perciò stesso non c’è paragone per lo spavento, ad ogni ulteriore mio passo dal punto da cui ne ho percepito a stento i contorni sfocati, avvisto ergersi lontana, di fronte a me, una montagna. Diafana in principio, essa crescendo diventa consistente, fino a che, incantevolmente, si staglia contro il pallore aereo.
Mentre esploro con la curiosità del bimbo in una giungla di giocattoli, l’ascensione delle pendici è ormai completata, l’intera massa ha perduto la sua lugubre evanescenza ed io posso finalmente apprezzarne il ritmo concupiscente delle sinuose geometrie: è un’immensità ricamata di se stessa, un portentoso groviglio di cordoni biancastri e invitanti. Ad avviluppare l’enorme basamento, un denso velo di bruma immota nell’aria che si estende orizzontalmente a perdita d’occhio.
Sto ammirando incantato la materia quando mi rendo conto che la fisionomia reale del luogo diverge da quella presunta all’inizio: infatti, il piano obliquo che ho percorso cambia inclinazione all’improvviso e risale per un tratto, ma non si arresta – come invece gli occhi hanno creduto – contro il piedistallo del rilievo. Quella che avevo ritenuto la parte inferiore del blocco ne costituisce invece soltanto la fascia mediana tra la base e la cima, lambita da sospensioni eteree che non sono fatte di nebbia, bensì nembostrati coi bordi sfrangiati. Lo zoccolo si trova quindi molto al di sotto del mio nuovo punto d’osservazione. Percorsi pochi metri in salita, mi sono dunque ritrovato sull’orlo di una vallata profonda, la cui parete di rimpetto è costituita proprio dallo zoccolo della montagna. Mi sdraio a pancia sotto sul trampolino per trascinarmi fino al suo bordo, quindi spingo la testa nel vuoto, guardo allo sbocco voraginoso e ciò che vedo mi appare incredibile. La base del massiccio è segnata al centro da una vasta spaccatura, un’immensa diaclasi che si insinua dentro alla montagna come strada di miniera. Il paesaggio tutt’intorno alle falde laterali è illuminato da un bagliore che proviene dall’interno della massa nebulosa sovrastante.

3rd Movement. Sugo di seppia.

Sto ancora timidamente appollaiato quassù quando i miei occhi le vedono. Ombre lontane, sagome mute che procedono lente lungo la strada che si addentra nel monte. Ora scendo a valle per capire di cosa si tratta.
Sono creature alte un metro, un metro e mezzo, con il corpo rigonfio; al centro della testa, che è voluminosa e incoronata da tentacoli flaccidi muniti di ventose, due cavità orbitali contengono gli occhi grandissimi, spalancati e perduti nel nulla, che ne fanno degli esseri tutto sommato allucinanti.
Lungo la strada, camminando tra loro, avverto un senso di smarrimento, l’ombra di un giudizio sovrastante, prossimo e severo. E poi, dappertutto questi arti lunghi, sottili, scuri, i volti lontani e indifferenti, mi incutono un turbamento denso al punto che desidero nascondermi; cerco un modo di rimediare all’angoscia che cresce. Com’è possibile che nessuno – neppure uno degli esemplari più piccoli, certamente di tenera età, al seguito della processione in gran numero – sia interessato a me che sono così diverso? È evidente, io non sono come loro, sono diverso.
Continuo a sbandare per la grande via, quando sono attratto da una creatura in particolare. Goffamente ricurva e macilenta, il volto nascosto per intero da un fascio di appendici sommitali color tabacco da cui spuntano gli occhi strabuzzati, l’essere fissa il sugo nero sotto ai propri passi. Avvicinandomi insicuro al suo gruppo, muove lievemente il capo verso di me, le sue pupille lentamente cominciano a ruotare e mi ritrovo a camminare faccia a faccia con la seppia, finché essa, con un sussulto, mi mostra il becco che si apre.

4th Movement. L’imprinting.

«Rammento di uno che rifiutava la pasta che non fosse stata condita col sugo della madre. Ancora un minuto e saremo pronte: giusto il tempo di presentarti i miei figli».

5th Movement. Lo scolapasta.

Trance abissale mi accoglie tra le spire mentre lotto per liberarmi dalla fame. Come preghiere echeggianti dai recessi di una spelonca perduta nel tempo, mille interrogativi mi pongo. E allora, visto che parli, perché non dici tu dove cercare la chiave che sblocchi l’universo? Come emanciparmi dal desiderio? La fame si spande lenta attraverso le stanze, ne lambisce le pareti e porta qui dentro il silenzio più amaro del mondo. Di ritorno dal viaggio nella pentola, il mio stomaco accoglie un consesso di dubbi tremendi: mi incantano, con un profumo malizioso di prezzemolo freschissimo (e la fragranza di rupe, la senti?) e fragranza di rupe. Ora il mio ventre è il deposito degli spazi vuoti giammai saturabili, delle risposte multiple prive di croce, dei riquadri prestampati che in eterno abortiranno in bianco. È tutto questo, questo mio ventre. Questo è tutto. E un sospetto mi assale mentre servo: che tra il nero e il bianco mai riuscirò ad ottenere una sfumatura tanto raffinata, una progressione dei passaggi cromatici (da un tono di grigio all’altro, passando da un bucatino a quello accanto) così elegantemente calibrata da non consentirmi di cogliere una pur minima discontinuità.
Questo racconto perché sono guarito. Bon appétit.

 



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