3° classificato al III Memorial Letterario Maestro Calogero Rasa 2006
Segnalazione di merito al Concorso Letterario DUERRE 2006
Premio della Giuria al Concorso Letterario Internazionale Container 2006


Giuseppe Maria Messina, 46 anni, è scomparso.
« Esattamente, dottor Profundi: svanito. Ora, sebbene le cronache si siano notevolmente interessate al caso Messina, è vero, dedicando qua e là occhielli e cornici e commenti, io credo » (a questo punto l’inflessione di Marzia Amoroso in Messina facendosi sottilmente insinuante), « egregio dottore, credo che la questione esiga un approfon¬dimento, una più attenta analisi, ecco. »
« Vale a dire, signora? » trasalì il luminare, scostando dalle labbra la tazza fumante.
« Vede, dottore, e mi perdoni se trascuro i preamboli, io sono convinta che... insomma, saprà cos’è successo; cos’è successo realmente, intendo. Dico io: ha seguito mio marito per oltre sei mesi, no? Com’è possibile che proprio lei non sappia? »
« In effetti, signora, qualcosa io so. »
« E allora, perché ha taciuto? » Da qui, l’anziano oncologo trascinò il tempo nella pausa di silenzio più lunga mai intervenuta nella storia universale dei dialoghi. Durante l’inestimabile lasso, Marzia Amoroso, con le bellissime dita incrociate al bordo d’un tavolino del Caffè Consorti, regredì nei percorsi della propria adolescenza, tutti tappezzati di girasoli torpidi e pennichelle fra le campanule, all’ombra dei gelsi; pensò a Giuseppe Maria e al primo suo profilo, il loro matrimonio, d’autunno. Ecco, ecco ora una bambola senz’occhi posseduta chissà quando, e chissà poi dove, gli occhi; e i colori primari forse, un poco. Ricordi. (Durante quella stessa pausa, donne dalla bellezza disarmante, che a vederle vestite per strada coi cani al guinzaglio t’ispirano distanze impercorribili, nude stanno facendo l’amore in camere d’albergo. In Via Margutta un pittore vende il quadro. Parcheggiata da qualche parte, lontano, una vecchia “500” perde olio dalla coppa: plic!). Plic! nuovamente, e Profundi parlò.
« Il governo ».
« Come? » sobbalzò la donna (altrove, intanto, orgasmi, l’affare, plic!).
« Il bene comune, la pace pubblica. Roma fermenta al solo sentir pronunciare “Messina”, signora mia. Pochi, pochissimi sanno che cosa è veramente accaduto a vostro marito il quale – mi consenta – non esito a definire naïf. Un mio sottosegretario ed altri tre fidatissimi collaboratori conoscono la verità: soltanto noi cinque, dunque. Oggi, lei capisce, è fin troppo semplice sparire: la malattia, il suicidio, l’incidente, il sequestro, la fine naturale; in un modo o nell’altro così noi svaniamo, più o meno immediatamente, a causa di un processo decisionale, o attendendo comodamente che il corso si compia. » (Plic! Dissanguate cavità meccaniche. Gli occhi sgranati, un gatto che passa di là si volta di scatto). « Più o meno immediatamente, dico, ma quando il fatto ultimo avviene, perdio, avviene e basta; voglio dire, tutto in unica soluzione, senza dilazioni. E no, troppo comune! Giuseppe Messina ha dovuto per forza sbalordire. Lei sa perfettamente a cosa mi riferisco, vero? Altrimenti non avrebbe insistito tanto per quest’incontro ».
« Mi ha tenuto nascosto il primo stadio, fin quando ha potuto. Una mattina, poi, mi accorsi che gli mancava il naso: allora m’ha detto tutto ».
« Le ha parlato di come ha avuto inizio? Il medio, le ha raccontato del dito medio, di quando si accorse della prima sparizione? »
« Sì. È successo di notte ».
« Ecco. A detta di vostro marito, quella notte ha avvertito una sorta di pulsazione solleticante, lieve ma insistente, al medio della mano sinistra. Nulla di strano, avrà pensato, ma la mattina il dito non c’era più: assorbito, dissolto, imploso senza sporcare. Io le confesso che ho stentato a crederci, sebbene avessi immediatamente notato la atipicità della cicatrice, sa com’è, noi vecchi si pensa alle nuove tecniche... Va bene. Ora, il dato controverso consiste nella soddisfazione crescente che ha accompagnato le mutilazioni: piacere, l’ha definito lui, un piacere vorticoso, entusiasmante, come se ne valesse veramente la pena, in fin dei conti, assistere alla propria macellazione pezzo dopo pezzo. Lei ben intende quali ripercussioni potrebbe avere la vicenda, se diffusa, sugli equilibri sociali; se la chiave dell’orgasmo di sparire lentamente divenisse di pubblico dominio… destabilizzazione, mia cara, vorrebbe dire solo questo. Destabilizzazione. »
« Guardi là » l’interruppe la donna. Sull’opposto marciapiede, proprio davanti la drogheria, Salvatore Violo, Giosuè Temerio e Maurizio Vita scendono da una vecchia Fiat. Tre cari amici dello scomparso, quelli che come lui sapevano quanto ne è passato e quanto ne resta, di tempo, a pochi giorni dal fatto portano in giro tra i palazzi le loro facce sorridenti e vive (durante il tragitto, ai semafori, tre zingari in un traffico di mille moti di gambe nude sforbicianti siamo, e guarda che bella la vita che corre sulle vetrine e noi qua che passiamo a tremila fumandocela tutta, bevendocela tutta, neanche una parola per Giuseppe Maria che manco oggi è venuto, a romper le palle con l’effe-emme, i finestrini, le sigarette, le bestemmie e le censure).
« Li vede quelli là? Erano amici di Giuseppe. Li guardi: come se nulla fosse ».
« Va bene, signora, ma non per questo… »
« No, no… è che anch’io mi sento strana. La prego, non mi fraintenda, è solo che… non so, è come se certe volte, per ricordare, io debba sforzarmi… un dovere, dottore, un dovere ».
« Ah, cara mia, lo vede che non è poi così complicato far finta di niente? Piano piano… »
« Ma non avrà sofferto? Sì, voglio dire, dottore, macellato… » (mamma mia che bell’espressione hanno ora gli occhi di Marzia: le sopracciglia s’inarcano a disegnare la faccia pubescente del vizio. Se non fosse così vecchio… ma quale vecchio! Si potrebbe andare su e giù fischiettando come sta facendo qualcuno là fuori, al sole che squaglia i palazzi. Si potrebbe ancora tanto peccare, caro mio).
« Sofferto! Via, non esageriamo. Gliel’ho detto che gli è piaciuto. L’ha voluto, Marzia: l’ha voluto lui. Pensi che strana, la vita, uno che si vede dissolvere giorno dopo giorno, senza neppure sapere a quale brano di sé domani dovrà dire adieu, e non si fa problemi. Gode, pure ».
« Dottore… »
« No, è che se ci penso… ma dico io, si può essere così egoisti? Non ha pensato a lei suo marito? Che l’avrebbe lasciata sola? » (i tre amici risalgono in macchina, parlando tra loro, e coi finestrini abbassati se ne vanno fischiettando. Al tavolo, sei sette mozziconi nel portacenere, le palpebre di Marzia distesissime, morbide: oltre i peccaminosi lembi, l’invito? La fortuna? L’olocausto?). « Glielo dico io – continuò l’incalzante vecchietto – non ci ha pensato minimamente. Diceva, ma pensi che roba, diceva che aveva perfino imparato a “sentire” l’implosione, il solletico che s’avvicinava s’avvicinava fino a quando puff! via un altro pezzo. E le teorie che s’inventava! Era come se, quando una ulteriore porzione del suo corpo svaniva – mettiamo un piede fino alla caviglia – la percentuale di se stesso che in quel piede risiedeva si trasferisse, su per la gamba, nel corpo residuo. Osmosi misteriosa, e così per tutti gli annullamenti che l’hanno poi ridotto… oh be’, lo sa… »
« Sì, un sedere ».
« Ma diamine, quale modello per tanta stravaganza? Il sedere, solo il sedere è rimasto, e proprio nel mio studio, poi. Non avremmo certo potuto immaginare che dalla vita in su, per quello che ormai ne rimaneva, sì, insomma, il tronco e la testa, sarebbe svanito tutto in un colpo. Mediamente i pezzi erano sempre stati piccoli, e invece puff! solo il culo! Oh, perdoni…»
Silenzio. La donna sbadigliò, soltanto.
« Quindi vostro marito era alfine tutto là concentrato, nei tessuti del suo stesso sedere tondo tondo seduto per terra. Se è vero ciò che ha detto, che aveva scoperto il meccanismo al punto da prevederne il decorso, allora avrà senz’altro sentito arrivare l’ultima sparizione: non è stato un caso che il sedere abbia defecato sul mio pavimento, prima di assorbirsi definitivamente sotto i miei occhi. E sarà stato forse a causa della suggestione che certi fatti producono negli uomini di scienza, ma le assicuro che quei cento centocinquanta grammi di vostro marito là per terra, è come se anche in quella massa estrema lui si fosse trasferito nella sua interezza, avendo poco prima avvertito che il sedere stava per andarsene. E ho avuto la sensazione pazzesca che non fosse mai stato bene come in quel momento, là, sul pavimento. Lei capisce certamente come tutta questa faccenda sia priva di senso. È surrealismo, questo, non fa per noi. Le dirò di più: sono convinto che non sia nemmeno accaduto. È troppo sconclusionato, via, come una storia che finisce con la virgola, le pare? »
Abbassando lentamente le palpebre, Marzia fece segno di sì.
« Anzi – scattò in piedi Profundi con le articolazioni d’un ventenne – sa cosa le dico? Andiamocene, usciamo da qui. Guardi che splendido pomeriggio. Una passeggiata, ecco quel che ci vuole: una bella passeggiata »,

 




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