Mentre il professor Mancuso sfilava il nastro al pacco con le mani smaniose di un bambino, come poteva immaginare che pezzo dopo pezzo avrebbe assemblato la propria fine?
Nel giorno del suo ottantesimo compleanno, solo gioia per il vecchio professore: tra le dita nodose ma precise ancora, le teste rigogliose dei due figlioli dottori, a fare moine al venerando papà che assieme alla signora Ada li aveva pasciuti più che a dovere. Ebbene, il telescopio in kit di montaggio era finalmente una realtà. Dopo tutta una vita passata a desiderarlo senza mai trovare il tempo, né il coraggio, di possederlo, adesso occorreva soltanto pazientare ancora un po’: attendere la fine della festa e poi, se l’ora non fosse stata troppo tarda, avrebbe potuto tirar fuori le innumerevoli parti, quantomeno per stenderle sulla scrivania dello studio in mansarda e verificarle, schema alla mano, una per una.
Il fervido trasporto per l’osservazione del firmamento coltivato con anni di studio serio e interessato, seppur parallelo alla sua principale occupazione nei più alti ranghi della Sanità, unitamente a quella cocciutaggine che fa somigliare il vecchio all’infante, consentirono al professore di completare l’installazione dello strumento, a dire il vero complicatissimo, in poco più di un mese. Nondimeno con inappuntabile esattezza di procedimento, per lo stupore malcelato della moglie e dei due saccenti dottorini.
In una bellissima notte di marzo, nella solitudine del suo studio, per la prima volta l’occhio cisposo del vecchietto penetrò le ottiche di precisione. Una febbre di sbalordimento gli prese tutto il corpo alla prima nebulosa vista della luna. Mentre le dita secche, nello spasmo di cercare il fuoco, turbinavano avanti e indietro sui pignoni, sorrise ricordandosi di Otello che incolpò quell’astro della demenza che al suo troppo avvicinarsi pianta in ogni cervello. Passò tutta la notte a contemplare la palla bianca, con un occhio stretto e l’altro esploso per la felicità della spettacolosa vista: quanto l’aveva desiderata quella luna, ora così vicina e vera, limpida e giganteggiante al punto da poter avvertirne il peso, esultare nella sua gravità, nell’imponderabile grandezza sua.
In una delle notti a seguire, un soffio di Tramontana entrato che fu nella stanza profittando di un battente imperfetto, per la qual ragione un foglio di carta che si levò dall’agenda decollò dalla scrivania e prese leggero a volteggiare nello spazio camerale, il professore, cogliendo con la coda di un occhio quella danza così simile al viaggiare di una libellula, imprevedibili i suoi guizzi così come dove andrà a posarsi, nondimeno trascurabile questione datosi l’altro occhio fisso a rimirar le stelle, ecco in quel preciso istante aversi il fatto, la visione mai più di lontano sperata, un quadro sempre fantasticato eppur mai dipinto né suggerito a mano altrui, più brava di certo della sua nel tratteggiare i sogni. Fu una vista inattesa quella che arrivò ai due lobi vecchi, ed a ragione rammolliti, del professore. Nella Statio Tranquillitatis, in prossimità dei crateri Sabine e Ritter, dietro al bordo di un’estrusione ferromagnetica a 0,8° Nord e 23,9° Est, quella notte il vecchio vide la punta di una scarpa. La punta di una scarpa rossa. Fu forse un dovere d’intelletto a suggerire all’occhio libero di curarsi brevemente ancora della pagina volteggiante e del suo atterraggio, pur non più pensando il professore sotto a quale mobile potesse essersi ficcata; ed anche se il vento seguitava a penetrar l’infisso, nulla più gli importava del foglio di carta o del suo destino, né più del destino comune all’intero mondo, nel momento in cui la scarpa, quella scarpa rossa, era divenuta d’improvviso l’ultimo perché della sua vita.
Giorno dopo giorno con una smania nel cervello, notte appresso a notte con l’inquietudine di un bimbo infermo che dalla sua altissima cella ode i guaiti d’una muta di cagnolini che si rincorrono, sani e felici, nel cortile dabbasso, il vecchio professore con l’occhio e con il cuore seguitò a guardare, scrutò, attese e fissò, annotando sulla sua agenda tutti i particolari, ogni minuscolo mutamento della posizione di quella macchiolina rossa. Fino a che una notte, non si sa se per movimento del satellite o capriccio del vermiglio décolleté, quella scarpa divenne un piede (“14 marzo, h. 2:30. Che meraviglia”), una caviglia (“23 marzo, h. 3:41. Nervosa, il vaso sanguigno bluastro sul malleolo”), tibia e perone e polpaccio (“28 marzo, h. 3:22. Polputa magnificenza di gastrocnemio”): una gamba. Dietro a quella roccia, sulla remota luna, c’era una gamba. Una gamba nuda, di donna. A quella vista straordinaria, il vecchio Mancuso non poté far altro che abbandonarsi ad un privato ghigno di soddisfazione, che si portò poi dappresso fino addentro il letto, dove si acquietò accanto alla moglie per sprofondare in uno dei migliori sonni che gli fossero mai capitati.
Da quella notte, il professore non mancò un solo appuntamento con il marchingegno connivente, che seguitava a regalargli avvistamenti via via sempre più favorevoli, oltre che stupefacenti quanto a suggestione. Ed in quel gioco a tre, del quale l’argenteo satellite tracciava le regole fondamentali, data la sua frivola capricciosa leziosità, quanto a luminescenza, in certe notti altrimenti poco propizie, il vecchio professore si sentiva parte necessaria. Una delle conseguenze di tale singolare ingaggio consisteva nella vivace gaiezza che egli mai prima di allora aveva manifestato, come non mancarono pur di notare la moglie e i figli, i quali sovente sbigottivano alla vista di quella nuova, incomprensibile allegria.
Le osservazioni interstellari si protrassero dunque per tutta la primavera, senza alcuna interruzione, donando al professore particolari sempre più conturbanti. Ecco quanto annotò sulle pagine della sua agenda.
“22 aprile, ore 3:42, Luna al primo quarto. Dal limitare del Bastione Mancuso scorgo emergere la gamba sinistra fino al ginocchio. Rilevo distintamente, localizzato sulla pelle nella parte inferiore dell’articolazione, nevo palmare color nocciola di forma regolare, con pattern a linee parallele. Presenza di punti neri. La gamba appare immobile”.
“7 maggio, ore 2:58. Finalmente la donna si è mossa, la gamba sospingendosi leggermente oltre il cono d’ombra del macigno cosicché posso ammirarne la coscia per intero. Il candore della pelle è assolutamente impressionante. Una rarefatta variazione cromatica tra l’ultima porzione di arto visibile e la roccia antistante potrebbe consistere, con un buon margine di approssimazione, in un drappo, o nell’orlo di una gonna, che presumo di colore rosso”.
“19 maggio, ore 3:11. Non mi ero sbagliato. La donna indossa un vestitino rosso, stretto in vita ed a manica lunga. Distinguo nettamente: 1) il fianco sinistro, fasciato dall’abito; 2) un’appena percettibile contrazione dell’addome, così come deduco da una serie di tenui ombre che percorrono trasversalmente il tessuto, proprio al di sotto del diaframma; 3) un bracciale e 4) un piccolo orologio d’oro al polso del braccio sinistro, ora protratto in avanti nell’atto di far leva con la mano sul ginocchio. Il movimento e la postura mi fanno ritenere che stia per alzarsi”.
“7 giugno, h. 2:37. Ci siamo. Si sta alzando. Tra qualche istante potrebbe rivelarsi. Al momento vedo una ciocca di capelli color rame ondeggiante al comando gravitazionale. La mano visibile, nivea, come sempre ferma sul ginocchio della gamba sinistra, ha cinque dita affusolate rifinite a smalto cristallino – h. 3:17. Distinguo un piccolo orecchino pendente a perpendicolo sul suolo lunare”.
“16 giugno, h. 4:03. L’attesa comincia a snervarmi. Non si rilevano cambiamenti nella posizione della donna, che da oltre una settimana è inerte nell’atto di alzarsi”.
“24 giugno, h. 3:44. Ancora niente di nuovo. Ho riveduto la calibrazione delle ottiche, ma la manovra non ha sortito risultato alcuno. Comunque sia, io sono qua, ti aspetto, prenditi tutto il tempo che vuoi”.
“29 giugno, h. 1:57. Verificate le coordinate delle posizioni più recenti, non rilevo cambiamenti. La mano sinistra appare puntellata sul ginocchio della gamba sinistra. Da venti giorni la ciocca di capelli ondeggia ciclicamente nella gravità. L’orecchino pende immobile, a perpendicolo sul suolo”.
“14 luglio, h. 2:54. Ci siamo! Ho visto un refolo di pulviscolo lunare sollevarsi dalla superficie davanti alla scarpa sinistra. Stando ai miei calcoli, la scarpa si è spostata in avanti di 22 millimetri, sprofondando per 20 nella polvere. Le ombre sul polpaccio della gamba sinistra mutano d’intensità: potrebbe trattarsi di una contrazione muscolare che prelude al movimento”.
“22 luglio, h. 16:20. Per la prima volta, questa notte ho sospeso l’osservazione. Sono andato a letto ma non ho chiuso occhio. Ciò che credo di avere intraveduto, dietro alla roccia sulla Luna, è pura follia... Maria! Che ci fa Maria sulla Luna?”
“25 luglio, h. 4:00. Non c’è alcun dubbio. La donna dietro al masso sulla Luna è Maria – h. 4:18. Perché sei tornata, Maria? Sono solo un vecchio, non t’è bastata tutta la vita per dimenticare? Forse che non sei stata felice lontana da me? Lo so, lo so, anch’io t’ho voluto bene, e probabilmente neppure immagini quanto. Ma eravamo troppo giovani, Maria… che vuoi farci? Così è, la vita. E allora, perché mai sei tornata? Che ci fai tutta sola nello spazio? Sei bellissima e fresca come a vent’anni, anzi, tu hai ancora vent’anni! Cosa potrebbe offrirti, oramai, questo povero vecchio?”
“29 luglio, h. 3:21. Io non voglio sapere… non voglio più vederti, perdonami… non voglio ascoltarti. Ma che fai? Dove te ne vai adesso? Maria! Maria! – h. 3:38. Che cos’è quello? Che cos’hai in mano? Conosco quella targa… mettila giù! Non toccarla, mettila giù ti dico! – h. 3:47. Malgrado il mio fermo disappunto, Maria non ha voluto sentire ragioni ed ha staccato la targa d’acciaio dell’Apollo 11. Adesso me la sta mostrando, col dito mi fa cenno di leggere… Here men from the Planet Earth first set foot upon the moon, July 1969, A.D. We came in peace for all mankind. Neil A. Armstrong, Astronaut. Michel Collins, Astronaut. Edwin E. Aldrin, Jr., Astronaut. Richard Nixon…
All’alba del 29 luglio, quando la signora Ada entrò nella stanza, il vecchio professore giaceva riverso sul suo scrittoio, privo di vita. L’espressione sul suo volto, distesa e serena, non lasciava dubbi sul fatto che nel cuore della notte la morte l’avesse preso cordialmente, senza alcun accanimento. In aggiunta allo sconcerto della macabra rivelazione, la donna stupì per il fatto che, invece del pigiama, il marito indossasse lo smoking con la fusciacca, i guanti in vitello ed un garofano rosso all’occhiello. Il chiarore dei primi bagliori del nuovo giorno prendeva a diffondersi attraverso la finestra spalancata, ove tuttora languiva fermo l’amato telescopio. Sul piano della scrivania, accanto alla testa impomatata di tutto punto, vi era l’agenda aperta sulla quale il vecchio, al sopravvenire della fine, stava registrando le note delle sue osservazioni, giacché aveva la stilografica ancora stretta fra le dita contratte.
Un’ora più tardi, mentre il corpo ricomposto del professore veniva condotto fuori dallo studio, prima di richiudersi la porta alle spalle la signora Ada notò qualcosa giacere immobile sotto allo scrittoio, in fondo, adagiata tra la parete e il pavimento. Qualcosa di bianco. Quando si fu chinata e l’ebbe presa, capì trattarsi di un foglio di carta, una pagina dell’agenda del povero marito, staccatasi probabilmente e volata via, sulla quale il vecchio, prima di esalare l’ultimo respiro, aveva scritto “…President, United States of America. And I will always remember you. Maria”.


 




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