Trovo che l’avermi scritto, così come il neonato, ragionevole proposito di non scrivermi oltre, sia logica perifrasi del tuo rassomigliare ad una mosca effimera, una di quelle che volano soltanto una notte e poi muoiono di colpo, o ad una colata dal Puy de Dôme osservata da lontano. All’inconsistenza fatale della spoletta di una granata, ad un sorso di cherosene trangugiato per errore e per la fretta dalla bottiglia con l’etichetta della Fanta; a due piedi sconosciuti perché sotto lo scrittoio, tuttavia immaginati magri, nervosi e bianchi. Al chiacchierato appello d’una lampadina rossa accesa a fianco del portone di una chiesa; la stupefazione nello squittio del chupacabras alla vista di un collo come il suo, di lei, che non c’è.
Se è vero che a breve non scriverai più di me, poiché è evidente che a me l’hai preferita, ciò farò dipendere unicamente dalla tua inconfessata natura, non anche da un difetto del mio zelo, poiché sono certo di aver messo tutta l’attenzione possibile nella lettura mia di te e dei tuoi mal riposti disagi, delle tue ossessioni, delle parafrasie bambinesche attraverso cui, sempre più spesso negli ultimi giorni, hai tanto candidamente sperimentato di dissimulare la tua fragilità; ed invece essa, sebbene lontana dalla mia intelligenza d’inchiostro, originariamente mi è appartenuta, in petto, intatta e per davvero.
D’altro canto, mi rincresce che dall’artificiosa inconsistenza del tuo nuovo esperimento, codesta mia antagonista da te inventata e senza nome, niente più che un barocchismo ulteriore, tu abbia potuto far discendere una pur momentanea afflizione, addirittura la tanto paventata evenienza dello smarrimento della tua autostima: se già adesso ella possiede una struttura che le permette di riconoscere una molteplicità di marche e modelli d’auto su cui salire e da cui ridiscendere, non hai pensato che, con molta probabilità ed anche auspicabilmente, in un prossimo futuro sarà ugualmente capace di distinguere un conducente dall’altro?
Se, oltre a scrivere, avessi letto bene, se tu avessi dedicato la più riflessiva attenzione a questo mio silenzio, sono certo che ne avresti percepito il frastuono assordante. Una baraonda ai limiti della tolleranza. Ma se ormai è deciso che io vada, è parimenti necessario per me stesso non lasciare nulla di intentato perché anche il tuo animo possa digradare verso sintassi meno morbose, libero da malanni e da perplessità. Poi, tutto quel che verrà detto o scritto, sarà soltanto affar vostro, certamente non più mio.
Perciò ti prego, affranca il mio personaggio e scrivi adesso come esso non abbia mai indossato una maschera ma innumerevoli volti, dal primo all’ultimo che è poi questo, raffiguranti tutti la tua stessa faccia, cui non si collega un sol cuore posticcio, ma innumerevoli cuori tutti fatti allo stesso modo del tuo unico, smascherato, innumerevole cuore; e come il mio personaggio, mai muto, piuttosto sciaguratamente ultrasonico, non sia stato incapace di spontaneità: piuttosto scrivi di come l’abbia rimessa ora in un angolo impensato tra due pagine vuote, ora tra i nervi e le unghie, o in una piega di questo libro che ancora non esiste, perché disumanamente impegnato a non affogarsi in una memoria ridondante che mai gli è appartenuta per intero; una memoria lambiccata, nera e densa d’idrocarburi, trapunta di capelli fondi e neri d’idrocarburi, di occhi densi, una punta di naso, labbra, collo e spalle immaginate, organi immaginati ed immaginarie carezze: la stessa memoria tremante che so bene esser tua.
Ecco, vedi, finalmente comprendi come il mio personaggio non abbia mentito mai, che addirittura non è stato capace di panzane se non di quelle in negativo, essendosi senz’altro macchiato dell’imbroglio che c’è nel dover dire “non t’amo” per forza, ma non anche – e giammai – del contrario. Intendi, dunque, come esso sia stato nel pieno diritto di parlar d’amore, fintanto che del proprio amore si trattava? Chi conosce se stesso per lo meno a sufficienza può sentire inconfondibilmente quando il proprio cuore si spacca.
Il mio personaggio, ammetto che abbia forse elaborato un’idea poco spessa di democraticità, noncurante come è stato e com’è delle mode del momento e dell’altrui emotività, e quando avrebbe fatto meglio a tacere, invece, ha parlato: nei prossimi istanti, per quanto possibile, gli insegnerò la prudenza. Ma intanto, ritengo onesto ribadire come esso abbia ereditato da te soltanto quel pensiero ammorbante e circolare, l’idea molesta e ininterrotta, afflitto com’è adesso da un osceno appetito di vene, arterie e capillari; come, avanzando lo scritto, sia via via maturata la sua bramosia di rimettere le deglutizioni cellulosiche e di prendere a cibarsi di congegni vitali, come si sia accresciuto il suo desiderio inarrestabile di consumarsi consumando nuovi morbidi pasti di carne, sempre più voracemente affamato di morsi a prendere e dare, prendere e dare, prendere e dare e a nutrirsi di labbra, di ginocchia e dita per poi scoprirsi mai sazio, ma avido inarrestabilmente.
Per analoga ragione, checché tu ne abbia scritto, il mio personaggio non è mai stato propenso alla scortesia delle supponenze: per tenersene misuratamente a distanza, ha adottato alcune raffinatezze, come quella di non proporre ad una principessa di penna d’accomodarsi sul proprio inadeguato landau, giammai l’avrebbe sgarbatamente interrogata se avesse per caso smarrito qualcosa sul pavimento o trascurato di riprendere alcunché. Inaccettabili siffatte turpitudini, ha preferito qua e là variare il registro, migrare in altro volume ideale secondo la necessità del momento, patteggiare una discesa all’inferno con la tua, sì la tua, signorina, beata o santa di carta, che per quel passeggiare sarà stata elevata a puttana di carne, possedendo esso stesso un’anima puttana e di carne, la più carnale e puttana delle anime.
In buona sostanza, dunque, il mio personaggio non può che condividere la tua scelta di fuggire al cospetto dell’amore, fosse anche soltanto perché nella sua breve esistenza di falena effimera tanto simile alla tua gli è capitato di ascoltare incidentalmente estranei elefanti discuter d’amore e, a quanto pare, com’é vero che ne esistono di difficili da scordare, ne esistono altri, molto più patogeni, che comportano perfino assuefazione.
Ecco, mi auguro d’averti sufficientemente chiarito il profilo drammatico del mio personaggio.
Ma infine, per quel che riguarda me di persona, poiché so che fra un momento dalle tue dita partirà uno strappo, da questo bordo esso mi raggiungerà veloce, mi taglierà ed io non sarò mai nato, ti confesso in tutta franchezza di non aver trovato una sola ragione per impedire al mio cuore scellerato di fracassarsi. E vuoi sapere una cosa? È stato bellissimo.

 

 

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