#noneunpaeseper

Il gioco che ho intitolato #noneunpaeseper, sebbene non sia altro che un divertissement, è retto da una ferma e perentoria deontologia: se per un verso mi concedo di intervenire sugli elementi secondari che compongono il quadro (foglie, sterpi, cartacce e tutto ciò che può costituire aberrazione dell'immagine), d'altro canto in nessuna occasione è stato sfiorato, se non con la vista, il soggetto principale.

Incomprensione (inedito)

Cortese e conveniente anticipare in preambolo a quanti in genere intendessero – saggiati i prolegomeni per buoni e avendoli trovati vellicanti o addirittura appetitosi – industriarsi nell’ulteriore lettura, se non proprio la natura (in certo e comunque ampio lotto fatalmente oscura finanche allo scrittore) per lo meno l’intenzione, la quale ritengo soddisfatta con decenza, che il presente scritterello senza finta verecondia nel concreto si prefigge: ricalcare, essendone condito e in abbondanza riconciato chi a parole per l’appunto è qui piegato a dirne, l’inesausta portata della incomprensione.

Sali in macchina a dirmi (venti cose brevi)

Il lettore di “Sali in macchina a dirmi (venti cose brevi)” sembra chiamato a continuare un gioco: nella fattispecie, il gioco in cui l’autore ha sperimentato appieno la possibilità di ridurre a creta nelle proprie mani il mondo delle convenzioni letterarie, siano esse di genere o di lingua. La narrazione che si dipana in queste pagine prevede ampiamente il dovuto spazio d’autonomia destinato al fruitore. Come fossero dei prismi di cristallo sapientemente sfaccettati, i racconti qui antologizzati consentono a chi li osserva di assaporare la rifrazione di centinaia di diversi colori. Ognuno di noi è quindi libero di cambiare l’inclinazione e far assumere al cristallo una nuova, personale colorazione…

 

iotitumi (noilè)

iotitumi (noilè) non è il nome di un progetto. Il nome iotitumi è inventato. Mentre iotitumi nasce, mio padre non ne è cosciente. Io è associabile a iotitumi con qualsiasi verbo. Con qualsiasi verbo iotitumi può essere associato a mio padre. Io sono iotitumi e iotitumi è mio padre. Io non sono mio padre. iotitumi va scritto minuscolo. Tra parentesi, noilè. iotitumi (noilè) è il titolo di questa raccolta di scritti.

 

Ravavindrano

«Quella notte, serrati che furono i portoni ai musei, aperte ai canali le chiuse, nel preciso istante in cui Zazá pazientemente mi insegnava come la predazione potesse essere subdola o violenta – lontana, oltre che ignara, l’altrui coscienza che altrove ora dormiva, o che all’irrigazione dei fondi ai lumi delle lanterne presiedeva – io stavo là, con lei soltanto, nei miei paludosi smarrimenti, nel silenzio che c’è mille metri sotto a quei medesimi orti, quegli stessi letti, quei musei, domandando a me stesso se anche alla rassegnazione delle carni potesse essere concessa quell’identica duplice opportunità». Opera composta tra il 2004 e il 2016, Ravavindrano racconta il delirante approdo di Aliante Novinto al proprio annegamento. D’altro canto, Ravavindrano può declinarsi quale paradigma dell’inconcludenza, un’intima e travagliata rappresentazione della incompiutezza di qualsivoglia declinazione dell’essere. In definitiva ed in buona sostanza, Ravavindrano non vuol dire niente.

Karate icon. Io sono Luca Valdesi

A Palermo, 42 anni fa, è nato uno degli atleti più straordinari di sempre. 6 titoli mondiali, 22 titoli europei di cui 13 consecutivi, 20 titoli italiani: nella storia del karate nessuno ha vinto più di Luca Valdesi. Massimo esponente mondiale del kata (ovvero del combattimento contro un avversario immaginario, forse la forma più alta e pura dell’arte marziale), Valdesi, grazie a un talento unico e a una dedizione totale alla disciplina sportiva, nel corso della sua più che ventennale carriera agonistica ha fatto convergere su di sé l’attenzione ammirata del mondo prima ancora di quella dei suoi connazionali. Il suo sito registra ormai mezzo milione di accessi ogni anno, e i suoi video su Youtube totalizzano milioni di visualizzazioni. Dai primi passi sulle orme del padre Andrea, il suo primo maestro, ai trionfi nazionali e internazionali,
il racconto in prima persona raccolto da Antonio Valenti, collega e amico di Luca, ci accompagna attraverso gli episodi che hanno segnato una vita eccezionale, ma anche incredibilmente semplice. Un percorso netto e lineare, e ancora in pieno svolgimento, che ha portato alla costruzione di un’icona del karate ai confini del mito e insieme alla crescita di una persona autentica, la cui limpida umanità si rivela in ogni tratto.

Merda. Anapology (inedito)

Nella piena coscienza dell’irragionevolezza dell’esaustività come traguardo, questo scritto si pone l’obiettivo di riconoscere, attraverso un compendio delle pressoché infinite ricorrenze in qualsivoglia contesto dell’esperienza animale, la trasversalità universale di uno dei temi classicamente più aborriti da quel medesimo ente - l’umanità - che, di volta in volta, ne è stato, ne è e sempre ne sarà artefice e distruttore: la merda.

Silent work (inedito)

inedito

Typo. Orrori di stampa (inedito)

Typo è determinato a firmare il suo primo romanzo, ma subito scopre di avere smarrito la Grammatica: assalito da innumerevoli dubbi ortografici e sintattici, si rende conto di non essere in grado, senza il prezioso volume, di andare oltre l’incipit. Pertanto decide di rivolgersi a Madame Coquille, amica chiromante, tra i cui poteri sfortunatamente non c’è quello di ritrovare gli oggetti smarriti. Ma non tutto è perduto: con l’aiuto di Corrige, portentosa sfera dai modi caustici e canzonatori, in una sola notte riscriveranno la Grammatica. Per riuscire nell’impresa dovranno ripercorrere, correggendoli, innumerevoli “orrori” di stampa (dal mero refuso al ben più insidioso errore concettuale), stanandoli tra le pagine dei libri custoditi nelle loro biblioteche.
Illustrata dallo stesso autore e contenente le schede bibliografiche di oltre 1.000 pubblicazioni tra antiche e moderne, cartacee e digitali, tutte più o meno gravemente afflitte da turpitudini e sfondoni, l’opera, attraverso l’invitante registro compositivo a metà tra saggio e fumetto, fornisce un supporto dinamico e gradevole ai fruitori della lingua italiana.
Typo. Orrori di stampa: una storia trasversale e adatta a tutti, tanto allo studente quanto all’appassionato linguista.
Una storia d’amore, in cui l’antieroina si chiama sciatteria.

La bellezza dello sgorbio (inedito)

Quanto lontano si può fuggire da qualcosa che si ha dentro? Le storie brevi de La bellezza dello sgorbio, pure autosufficienti, sono giustapposte per il fatto d’esprimere diverse declinazioni di quell’unica domanda. Il surrealismo dell’ordinario, denso di angoscia e delirio, come la stessa grottesca quotidianità che pare relegare i personaggi a una sorda, definitiva inquietudine, percorre i plot per sciogliersi, più o meno subitamente, in altrettanti epiloghi mai ultimativi: come fosse una virgola, anziché un punto, a conclusione di tutte e trentotto le variazioni sul tema.
Nell’illusione di potere rispondere a quella domanda, i personaggi intraprendono viaggi verso destinazioni ora assurde e paradossali (l’incursione del bulimico all’interno di una pentola in Paranoid lunch), ora inimmaginabili (dove mai condurrà lo Shinkansen Majorana, treno a energia perpetua, il suo unico occupante?), o ancora sfrontatamente congruenti (la ninfetta di Fait à la maison monta sul furgone di un corriere di Amazon).
In ogni caso, mai prevedibile è l’esito della strada (chissà a cosa prelude, stanotte, la nera luce nello sguardo di Pasquale, il conducente di pullman che Non si lamenta; farà bene il suo lavoro il neoeletto Dio ne L’elezioni? Riusciremo a chiudere La valigia? Quale il destino, dopo lo strappo fatale, di Uno scritto al suo scrittore?), così come è mutevole il suo disegno, scavato nel profondo dell’anima dei personaggi.

Una liturgia delle confessioni (dolorosa e compassionevole quella della Fata Turchina in All’ultimo momento; didascalica quell’altra, nell’autobiografico Cose che detesto, apertamente dedicato a Dino Buzzati) e delle memorie (Il ricordo di Jezabel Kahn, 4’54”), nel cui ordito è dominante un motivo: sarà sciocco pretendere di disegnare un airone o una stella, o una mano, quando il tratto si è ormai avviato verso una forma diversa e tuttora imprevedibile?

Epifan Teterin (inedito)

Considerato quale massima espressione della più totale estraneità agli ambienti artistici d’ogni tempo, al nome di Epifan Teterin, il cui ricorso in letteratura è marginalizzato alla finalità didattica di voler rendere, con quanta più efficacia possibile, le idee di talento sprecato e di fallimento, è oggi diffusamente associato il paradigma assoluto dell’anonimato nell’arte. Risponderebbe tanto al vero, se si potesse superare la contraddizione in termini contenuta nell’asserzione stessa e, soprattutto, se Teterin non avesse consegnato ai posteri la sua opera Ipotesi: nell’apozeugma l’unica storia possibile.

 

“Chi si prende troppo sul serio mi fa seriamente ridere”